Il pallone e la guerra: Platini dovrebbe andarsene

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Tredicimila morti civili, seimila militari albanesi, quasi quattromila serbi, ottocentomila rifugiati, migliaia di donne stuprate e centinaia di raid aerei al giorno. Sono le cifre del conflitto Serbo-Albanese, iniziato nel 1989 e sfociato in guerra nel 1996, fino al 1999.

Cifre alle quali vanno sommate quelle degli altri conflitti nei Balcani, che hanno caratterizzato la storia europea degli anni ’90. 

Ma non solo, dopo l’indipendenza del Kosovo del 2008 – non ancora riconosciuta dalla Serbia – è iniziato l’esodo al contrario: quasi 50 mila serbi del Kosovo sono emigrati in Serbia o si sono spostati verso il confine.

Una mattanza moderna nella quale sono coinvolti tutti: indipendentisti, ultranazionalisti e Nato. E anche l’Italia del governo D’Alema, che concesse lo spazio aereo e permise il bombardamento di Belgrado e di numerose località serbe, senza una vera e propria strategia. Né militare, né umanitaria.

 

Non stiamo parlando di guerre puniche. Non sono passati neanche 20 anni ed è inammissibile dimenticare l’atrocità di quelle guerre fraticide. Eppure l’ignoranza dilaga a macchia d’olio, soprattutto nei piani alti dei palazzi del calcio. Si tratta dell’Uefa e dei gironi per le qualificazioni a Euro 2016. Uno scempio.

Nei criteri del sorteggio, per evitare disordini, l’Uefa si è impegnata affinché Russia e Ucraina non finissero nello stesso gruppo. Idem per Gibilterra e Spagna. Ma per Serbia e Albania nulla di nulla. 

Tanto che il 14 ottobre le due nazionali si sono incontrate sul campo da gioco. A Belgrado, per evitare disordini, i tifosi albanesi non erano ammessi allo stadio. Un’assurdità per tre motivi.

 

Innanzitutto lo sport senza pubblico non ha più senso. In secondo luogo, con questa scelta si ammette la pericolosità dell’incontro. Infine perché gli albanesi di Serbia sono, comunque, quasi il 2%. Insomma, l’Uefa ha ammesso davanti agli occhi dell’Europa tutta la sua ignoranza e negligenza.

E infatti il danno è stato fatto. Tra gli spalti c’erano dei tifosi albanesi. Sul campo è planato un drone con la bandiera Kosovo libero: ovvero un riadattamento della bandiera albanese. Un calciatore serbo l’ha presa e tirata giù, e da lì è partito il finimondo: una bella rissa che ha coinvolto calciatori, staff e tifosi. E un capopopolo, anzi il capopopolo: Ivan Bogdanov, Ivan il terribile.

 

Platini dovrebbe sotterrarsi. Come si fa a sottovalutare la presenza albanese in Serbia? Come si fa a permettere un girone con una composizione simile? Sarebbe bastata una piccola provocazione per far esplodere una polveriera. E infatti così è stato.

Il fùtbol ha giocato un ruolo attivo nei conflitti dell’ex Jugoslavia. Per qualcuno, e forse è un po’ retorico, il conflitto tra Serbia e Croazia è iniziato nel 1990 con gli scontri allo stadio durante Dinamo Zagabria e Stella Rossa. Il match si è trasformato in una lotta tra Bad Blue Boys e Delijie. 

È la partita in cui un giovanissimo Zvone Boban ha tirato un calcio a un poliziotto Jugoslavo. “Non ci vidi più. Mi avventai su un poliziotto e gli gridai: ‘Vergognatevi. State massacrando i bambini’. Lui mi colpì due volte urlando: ‘Brutto figlio di puttana. Sei come tutti gli altri!’ A quel punto ebbi una reazione d’istinto. Gli fratturai la mascella con una ginocchiata“.

 

In particolare, è cosa nota, che molti gruppi ultrà di Stella Rossa, Partizan, Hajduk e Dinamo, hanno contribuito pesantemente alla formazione dei gruppi paramilitari che si sono combattuti in quegli anni. Gli stadi di Partizan e Stella Rossa hanno un vero e proprio monumento ai caduti nelle guerre serbo-croate. Tutti ragazzi appartenenti ai gruppi ultrà Becchini e Delijie. 

Željko Ražnatović, meglio noto come Arkan, leader delle tigri, riconosciuto criminale di guerra, era uno di loro.

 

Il calcio è una cosa seria. Ha a che fare con le cose degli uomini, in tutte le sue sfaccettature. E questo il presidente Uefa dovrebbe saperlo. Perché il pallone non è solo pennellare calci di punizione dal limite, cosa che per Platini ormai rappresenta solo un passato cancellato dal doppio mento. Ma è anche un aggregatore sociale, nel bene e nel male. Raccoglie storie e unisce vite. E anche migliaia di ragazzi che, partendo dagli spalti di uno stadio, decidono di imbracciare un fucile e uccidere. 

Il pallone è anche Visegrad e Srebrenica. È anche guerra del Kosovo. Chi gestisce il calcio dovrebbe saperlo. Altrimenti, aria. Non c’è bisogno di voi.

 

Andrea Dotti
@twitTagli

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