Il gioco di squadra non paga: Monti lascia Scelta Civica

Le dimissioni di Monti da presidente di Scelta Civica, il partito da lui fondato, non sono altro che l’unico epilogo possibile di un percorso iniziato con la scelta di ‘salire in politica’ e naufragato appena qualche mese dopo, con il risultato delle elezioni.

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Numerosissimi sono i motivi del fallimento di ‘Scelta Civica’: risentiva dell’impopolarità del governo tecnico; è nato su pressione di soliti noti della politica, Casini in primis; ha cercato di rappresentare un’area che di fatto si sono spartiti le ali moderate di destra e sinistra; racchiudeva troppe anime diverse – centristi, ex berlusconiani, cattolici e ultra liberali, ecc…

Ma Scelta Civica è soprattutto il simbolo del fallimento del suo fondatore: Mario Monti.

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Con la nascita de governo tecnico, il senatore a vita è stato acclamato da alcuni e accettato come necessario dai restanti – ve li ricordate quelli che “ancora qualche giorno e il governo Berlusconi non avrebbe potuto pagare i dipendenti pubblici”?

Era una figura rigida, certo, ma usciti dall’esperienza del berlusconismo non si poteva chiedere di meglio. Il suo importante profilo internazionale ci avrebbe assicurato una ottima figura con l’estero – e anche qui ne sentivamo il bisogno. Era stato non indicato, ma imposto da Napolitano, che da tempo sventola la bandiera della responsabilità. Nonostante il forte malcontento formatosi sin dalle prime misure del governo tecnico, Monti era una figura rispettata.

20131018-102535.jpgDopodiché, giusto il tempo di una crisi di governo voluta dal solito B., e ci ritroviamo sotto elezioni. Segue lunghissimo tira e molla di Monti (“salgo in politica o non salgo in politica?”) e grandi pressioni da parte di Casini e vari democristiani, pronti a ricostruire il terzo polo. Non si sa cosa sia stato a convincerlo: se la brama del potere, l’apparente appetibilità delle proposte a lui arrivate, o la sincera convinzione di poter risollevare le sorti dell’Italia.

Sta di fatto che nel momento in cui Monti ha deciso di scendere in campo, ha perso tutta la sua credibilità. Perduto completamente quell’alone di terzietà, quella aurea di superiorità rispetto alla massa volgare di politicanti e sceso al loro livello, si è ritrovato senza abilità né esperienza alcuna, totalmente incapace a fronteggiare una campagna elettorale. Fallito il tentativo di “umanizzarsi” – chi non ricorda con orrore la scena del cane… -, fallite le prove televisive (tranne qualche battuta sagace ma rancorosa nei confronti di B.)- e fallita miseramente la prova elettorale, il professore si è ritrovato in mano un partito che per lui era troppo, eppure troppo poco.

Certamente troppo poco per lui, abituato ad incarchi di primo livello e papabile  addirittura per la Presidenza della Repubblica; eppure troppo, perché incapace di gestire un partito, di dare identità, struttura e futuro a un movimento che, pur avendo fallito la prova elettorale, avrebbe potuto giocarsi bene le proprie carte. Certo il professore non è mai stato abituato allo sport squadra, e chissà se ora che è tornato a giocare da solo, non riesca a tirare fuori qualcuno dei suoi poker.

Francesco Cottafavi

@FCPCottafavi

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