“Il bene del Paese” e la stampa orientatrice

Non c’è più religione”, si dice quando le cose vanno a rovescio, quando non sappiamo più spiegarci cosa sta accadendo. Ai giorni nostri è un’espressione che suona desueta, ma che ci avvicina molto alla definizione della famigerata “anomalia italiana”.

Non mi riferisco solo alla “anomalia democratica” osteggiata da Bobo Maroni, né alle sole teorie complottiste che hanno accompagnato l’interregno di Mario Monti a Palazzo Chigi. Il problema italiano, a conti fatti, si nasconde dietro la facciata del corretto funzionamento della macchina dell’informazione. Laddove, diciamolo, c’è troppa politica.

Sì, perchè la vera catastrofe dell’ultimo anno non sono state solo le lacrime e il sangue annunciate dal pianto sconnesso di Elsa Fornero. La vera catastrofe sta tutta in due parole, pronunciate con leggerezza a partire dall’autunno del 2011 e pienamente rappresentate nel nuovo immaginario politico italiano: lo dobbiamo fare per “il bene del Paese”.

politica italiana

Sulle prime non pare niente più di uno slogan acqua e sapone, pronto per il panino di interviste del tg serale. Eppure dietro a poche, semplici battute, si nasconde il frutto più marcescente della nuova stagione politico-giornalistica del nostro Paese. Cosa sarà mai questo “bene del Paese”, e cosa mai dovremmo fare in nome di esso?

Per non sfociare in platonismi da quattro soldi e filosofia da bar, il concetto di “bene” lo lasciamo ai pensatori del passato, che ne hanno tratteggiato l’identità migliorativa, incorrotta, comunemente approvata dal gruppo sociale. Nella locuzione estesa, però, si chiama in gioco la disciplina del diritto e della costruzione ideale della società: insomma, la cara, vecchia politica. Ed è qui che casca l’asino.

Perché se è vero che la politica ha il diritto e il dovere di presentare una proposta migliorativa (anche a costo di incappare nella tagliola del populismo e della demagogia), c’è chi invece dovrebbe deontologicamente tenersi alla larga da tali questioni. Si tratta dei media, della stampa, dei giornalisti. Si tratta di chi opera in favore dell’informazione del pubblico, secondo norme certe che fanno confluire il racconto di notizie lontano dalle secche della partigianeria e del dogmatismo.

In questo caso, naturalmente, gli idilli tratteggiati da queste definizioni non potrebbero essere più lontani dalla realtà. È cronaca di questi giorni, nessuno si tira indietro quando c’è di mezzo il bene del caro Stivale. Neanche Massimo Giannini, vicedirettore di Repubblica e quindi co-responsabile di una delle più prestigiose testate di casa nostra, è riuscito a sottrarsi al giocattolo più in voga del momento. Ad esempio nel suo ultimo video-editoriale, centrato sull’ennesimo ritorno in campo di Silvio Berlusconi, la spara che più grossa non si può. Quelle di Berlusconi, dice, sono bugie rivolte ad un elettorato stanco delle sue battute e (auspicabilmente) stanco di votarlo.

Ma non si limita a questo. Da sottolineare infatti il richiamo alla responsabilità degli elettori e la strizzata d’occhio ai tecnici di governo, trafitti sulla maggioranza parlamentare dagli improvvisi proclami del Caimano. Bisogna, dice Giannini, sperare in una scelta oculata degli elettori. Perché? Ma è ovvio, per il bene del Paese!

Sia chiaro, nessuno in questa sede difende la pochezza culturale e politica del partito-azienda, e non ci esprimiamo sul controverso cammino dell’opposizione in questi anni travagliati.

libertà-di-stampa

Eppure si deve alzare la testa, quando i media iniziano a tagliare, con le forbici dello slogan, lo svolgersi della cronaca politica e il racconto dei fatti avvenuti. Perché non possiamo permettere che le belle favole da campagna elettorale sforino senza vergogna negli editoriali, inquinando alla luce del sole il rapporto di fiducia (elettivo e non continuativo) tra i media e il pubblico. Perché nelle epoche in cui le simpatie politiche dei direttori sono sbattute in prima pagina, non c’è più modo di distinguere la narrazione dei fatti dalle semplici opinioni. Le conseguenze, purtroppo, sono immaginabili.

Per il bene del Paese, adesso sì: la stampa lanci l’informazione libera nelle mani dei cittadini. Il resto ce lo sbrighiamo noi, con la tessera elettorale in mano e con la responsabilità che ci ha affidato la Costituzione.

Matteo Monaco

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