Il 2016 e i necrologi: tira una brutta aria, se non si crede nella musica

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È da diversi anni che ci troviamo a fare la conta, inutile nasconderselo: tra tragedie inaspettate, decessi fisiologici e morti più o meno annunciate, stiamo purtroppo cominciando ad abituarci ai necrologi di idoli e stelle della musica.
George Micheal è stata – si spera – l’ultima tegola di un 2016 senza pace segnato, praticamente, da una morte al mese, tanto che qualcuno si è già spinto a definirlo come l’anno terribile del rock. La cattiva notizia, per quanto ovvia, è che le cose saranno peggiori di qui in poi: i musicisti del passato invecchiano, artisti e grandi interpreti continueranno a morire e il luttuoso appello dei defunti nei prossimi anni sarà verosimilmente sempre più fitto, sempre più grande.
Salvo miracolose fonti dell’eterna giovinezza, sacri graal e altre mitiche amenità, non possiamo fare nulla per fermare questa inesorabile (quanto naturale) tendenza. Assieme a questo non indifferente dato di fatto stiamo tutti quanti correndo un rischio non da poco.

Ci abbandoniamo ogni volta al cordoglio, infatti, che apre a sua volta la strada a una sempre più radicata certezza: il passato musicale è migliore di quello presente, per non parlare di quello futuro. «Non ce ne sarà più un altro/un’altra così», considerazione facile, semplice, quanto banale.
Ovviamente non ce ne sarà più un altro uguale; anzi, meno male che non ce ne sarà un altro uguale. Perché la musica non è andata avanti con vuote emulazioni, ma grazie ad artisti capaci di essere originali e personali – per quanto a loro volta legati all’eredità di qualche altro grande del passato.

Dovremmo a maggior ragione credere nel domani – visto il grande lascito che riceviamo da questi illustri defunti: ma invece no, «La sua musica resterà insuperabile». Quante volte vi siete sentiti dire che la musica migliore è già stata scritta, che il trono dei re e delle regine della musica (ovviamente di allora) resta ancora vacante e senza eredi, che i musicisti del passato sono oggettivamente migliori di quelli di oggi?
Un sacco. Dunque viviamo immersi in una vera e propria mitologia, un’iconologia della musica del passato, e ogni volta che una figura di ieri – prossimo o remoto – viene a mancare ci sembra di compiere un passo in più verso la definitiva fine delle cose da ascoltare. 

La soluzione è continuare a guardarsi indietro in cerca della musica di una volta, quella vera e migliore al di là di ogni ragionevole dubbio? In fondo, il panorama attuale non è certo dei migliori, e sul perché di questo le teorie si sprecano: logiche del profitto dell’industria musicale sempre più imperanti, avvento di internet e dei formati digitali, i talent show, la stampa in perenne ricerca del nuovo/della nuova [inserire qui nome di stella del passato] o dei nuovi [inserire qui nome di una grande band del passato].
E dunque, ci ritroviamo a vagare in un labirinto di specchi, che ammette una sola soluzione: la stragrande maggioranza delle discussioni sull’avvenire della musica pop o rock, con semplici amatori o con esperti del settore, porta a ripetere il solito refrain. Che è qualcosa di ancor più spiazzante della perdita dei grandi artisti di ieri: un rifugio nella rassicurante certezza del mito della musica dei tempi andati.

Per questo, a livello di senso comune, le morti degli artisti del passato ci portano a erigere templi e pantheon; e tuttavia, allo stesso tempo, ci impediscono di procedere e di credere nel domani.
Uno ha un bel da fare a inventarsi bastian contrario: per quanto ci si sforzi di indicare i grandi di oggi, quelli che supereranno la prova del tempo, quelli che possono essere messi accanto agli idoli del passato, la sfida sembra perdente.
A ogni tentativo, gli verrà risposto snocciolando nomi talmente incommensurabili da non lasciare speranza neanche alla migliore delle sue proposte. Nel mentre, i musicisti di ieri continuano a morire e si continua a rafforzare la rassegnata sicurezza che la musica stia sostanzialmente tramontando, che non ci sia più niente da fare.

Sgombriamo il campo da ogni equivoco, nessuno vuole proporre assalti futuristici che facciano tabula rasa del passato, nessuno tanto meno auspica – parafrasando Nietzsche – il tramonto grazie al quale sarà possibile il sorgere di un nuovo pop o di un nuovo rock.
Non si chiede neanche di smetterla di dispiacersi per la morte di grandi artisti che hanno lasciato una traccia grande o piccola nella storia della musica.
Ma almeno non accartocciamoci in questo cordoglio, nel mito di un passato ineguagliabile e in via di esaurimento: sarebbe senz’altro un buon inizio.

Credere nella musica è un concetto complesso, e se ben compreso può essere un buon passo successivo. Lo si può variamente declinare: leggere qualche rivista musicale in più, ascoltare qualche disco in più, andare a qualche concerto in più – magari prediligendo gli emergenti e disertando con scientificità e una buona dose di malanimo pregresso le cover e le tribute band.
Vi pare poco?
Nessuno ha mai detto di avere ricette o formule magiche a portata di mano, ma sono pronto a scommettere: gentaglia come Bowie, Emerson, Prince, Cohen, Lake e soci sarebbero pronti a sottoscrivere.

doc. NEMO

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