I film della Pixar, dal migliore al peggiore

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Lo stanno facendo un po’ tutti in relazione all’imminente uscita di “Inside Out” nei cinema italiani, e ho pensato che forse dovrei farlo anche io: stilare una classifica dei film della Pixar, dal peggiore al migliore. 
E soprattutto, approfittare dell’occasione per celebrare uno studio cinematografico capace di produrre, nel corso dei suoi pochi decenni di vita, almeno 10 film che hanno un impatto, un significato profondo e un valore radicato nella memoria collettiva del pubblico di oggi. 

Al brand “Pixar” associamo l’idea di trattare un pubblico di bambini come fossero adulti: prenderli sul serio, fidarsi della loro intelligenza e della loro sensibilità. Come e più della migliore Disney, che infatti non ha tardato molto prima di acquistare il gruppo e trasformarlo nell’avanguardia del suo impero. 
Al nome Pixar, associo ricordi personali inzaccherati nella nostalgia: non solo perché voglio molto bene a Woody e Buzz, ma perché già da bambino capivo che dietro quei giocattoli viventi risiedeva un processo creativo a cui qualunque aspirante scrittore o “racconta-storie” dovrebbe ambire. 
Potrei andare avanti “verso l’infinito e oltre”, e continuare a sbrodolare citazioni finché le lacrime sulla tastiera non diventino imbarazzanti per un uomo di 26 anni. Come dite? È già diventato imbarazzante?

Lo immaginavo. Procediamo con la classifica, con una necessaria precisazione sui film della Pixar che, per un motivo o per l’altro, il sottoscritto non ha mai visto e dunque non può valutare: della filmografia mi mancano “Cars 2” e “Brave”. Prima o poi recupererò il secondo, mentre su “Cars 2” non ho francamente troppa voglia, essendo considerato più o meno all’unanimità come una delle cose più orrende che l’animazione abbia prodotto negli ultimi anni. 
Oltre a questi due, non ho ancora visto “Inside Out”, uscito in giro per il mondo quest’estate e programmato in Italia per settembre. 

La mia classifica dei film della Pixar – aggiornata al 20 agosto 2015. 

  1. Ratatouille
  2. Toy Story
  3. Gli Incredibili
  4. Up
  5. Toy Story 3
  6. Wall-e
  7. Monsters & CO. 
  8. Toy Story 2
  9. A Bug’s Life
  10. Alla ricerca di Nemo
  11. Monsters University
  12. Cars

Partiamo dalle domande più ovvie: perché, nella stragrande maggioranza delle classifiche, troveremo sempre “Toy Story” tra le prime posizioni? Perché ha una delle sceneggiature più lineari, “economiche” e semplici – nella più positiva delle sue accezioni – che uno spettatore possa desiderare. 
Prende un mondo naturalmente soggetto ad empatia e nostalgia e lo anima letteralmente, infondendo ai personaggi un cuore e una profondità tridimensionale. 
Soprattutto, “Toy Story” ha il coraggio di fare qualcosa che pochissimi altri cartoni animati hanno fatto: presentare il protagonista come sostanzialmente negativo e fargli fare un viaggio che lo renderà migliore. 

Le motivazioni dei personaggi sono chiare ed immediate, e gli errori hanno conseguenze personali e trascinano con sé un profondo impatto emotivo. 
“Toy Story” non ha bisogno di fare esplodere il mondo, non c’è un bene o un male assoluto contro cui scagliarsi: è la storia di un pupazzo a cui viene spezzato il cuore. 

L’unica ragione per cui “Toy Story” non è il mio film preferito della Pixar è che nel 2007 Brad Bird ha fatto uscire “Ratatouille”. Che poi è la stessa persona che nel 2004 ha fatto uscire quel filmone di “The Incredibles”, forse uno dei migliori cine-fumetti mai realizzati e uno spassionato omaggio a tutto quello che di bello c’è al mondo: “Watchmen” di Alan Moore, i vecchi film di James Bond, i fumetti dei Fantastici 4 degli anni ’60 e Jason Lee che fa la voce da cattivo. 
“Gli Incredibili” è forse il film della Pixar che rivedo più spesso e ha dato la prima chiara dimostrazione del talento visivo di un genio come Brad Bird: è quasi una riflessione sociologica sul concetto di supereroe nei primi 30 minuti, per poi trasformarsi in un Bond Movie vecchio stile con il cattivo che ha la sua fortezza in mezzo a un vulcano. 

E poi c’è “Ratatouille”: un film piccolo e apparentemente molto più “infantile”, ma che invece rappresenta la dimostrazione che un cartone animato non deve necessariamente spararti in faccia un mucchio di colori e lucine in movimento. 
Se “Gli Incredibili” è un film d’azione supereroistico, “Ratatouille” è una screwball comedy dalla sensibilità europea che parla dello scopo dell’arte e del modo di avvicinarsi al proprio lato creativo. 
Se non fosse un film della Pixar, ci troveremmo Juliette Binoche e non un topo che cucina. Invece è la storia di un topo che cucina, e fin dalla primissima visione vi ho trovato elementi che mi è sembrato parlassero ad un livello quasi personale.

Ripeto, qualora fosse sfuggito qualche passaggio: “Ratatouille” è un cartone su un topo che fa finta di essere una commedia francese, il genere di cose che dovrei odiare a pelle. Invece lo amo spassionatamente, e credo che al momento sia il vero capolavoro della Pixar: il film più compiuto, organico e riuscito in ogni suo momento e intenzione. 
“Ratatouille” produce lungo 90 minuti quello per cui vengono ricordati i 10 minuti di Up: sprigionare umanità, in maniera semplice e poetica. 

Per inciso, “Up” è al quarto posto perché il resto del film è molto bello, ma nettamente inferiore ai suoi primi 10 minuti. 

Guardando altre classifiche in giro per il web, noto che tra i più gettonati ci sono Wall-e e “Alla ricerca di Nemo”. Non sono mai stato un grande fan del film sui pesci, che trovo carino ma più indirizzato a un pubblico infantile, e privo di quel guizzo (“guizzo” – “pesci”, perdonatemi. Fa molto caldo) capace di sollevarlo dal modello di “cartone animato medio”. 

“Wall-e” invece è decisamente sollevato. È il prodotto Pixar dall’ambizione più grande, tanto da osare mettere in scena un primo atto da film muto. 
Nel personaggio dell’ultimo robot sul pianeta Terra c’è tutta la devastante poesia di cui lo studio d’animazione è capace. Però occupa una posizione leggermente più bassa della mia classifica per colpa della seconda metà del film. 
In “Wall-e” si passa bruscamente dall’assistere a una storia d’amore senza dialoghi a un rutilante giocattolone con personaggi dal design improbabile e frenetiche scene “da parco giochi”. 
Non c’è niente di intrinsecamente sbagliato, ma l’ambizione e le premesse che “Wall-e” aveva posto non sono del tutto rispettate nel corso del film. 

Dopo avere tessuto prolungate lodi della Pixar e dei suoi film, penso sia giusto (e divertente, come confessa Anton Egò) commentare un recente disastro. Non ho affatto capito quali siano state le scelte e le intenzioni dietro la realizzazione di “Monsters University”. 
O, meglio: capisco perfettamente l’idea di fare un sequel a uno dei prodotti più redditizi della Pixar.

Il problema del film è tuttavia pensare di poter scrivere una “commedia da College” e indirizzarla a un target di bambini. I “College-movie” americani hanno tre caratteristiche fondamentali: c’è un gruppo di sfigati che alla fine vince, si dicono tante parolacce e si parla molto di sesso (o lo si mostra!). 
L’idea di fare la stessa cosa con un gruppo di mostri per protagonisti è potenzialmente geniale: l’ostacolo sta nel non riuscire a rispettare alcuni punti più o meno fondamentali del genere all’interno del quale stai operando. 
Per questo motivo, ho sopportato davvero poco “Monsters University” e devo metterlo in fondo alla mia classifica, a una sola posizione dal terribile “Cars”. 

Senza stare a commentare ogni singolo film della mia classifica, mi limito a registrare una piccola flessione nello standard di qualità elevatissima a cui la Pixar ci aveva abituato. La linea editoriale della Disney ha indirizzato lo studio verso la “prerogativa – sequel”, che in alcuni casi è stata ricevuta benissimo (“Toy Story 3” è un capolavoro) e in altri rischia di mantenere un franchise in vita solo per puro accanimento terapeutico (abbiamo davvero bisogno di un “Toy Story 4”?). 
Detto questo, il 2015 segna il ritorno della Pixar con ben due film: “Inside Out”, di cui si parla benissimo, e “The Good Dinosaur” in uscita a natale. 
Non so voi, ma “they had me at Dinosaur”. 

Davide Mela
@twitTagli

P.S.  – Se per caso qualcuno dei lettori avesse voglia e tempo, sarebbe interessante confrontarsi con altre classifiche: la Pixar, come tutte le cose belle, è una roba molto soggettiva e personale. 
Sono curioso di leggere altre classifiche in eventuali commenti qua sotto o sulle pagine social di Tagli, Facebook e Twitter

Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere.
Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale.
Ma ci sono occasioni in cui un critico qualcosa rischia davvero. Ad esempio, nello scoprire e difendere il nuovo. Il mondo è spesso avverso ai nuovi talenti e alle nuove creazioni: al nuovo servono sostenitori.
Ieri sera mi sono imbattuto in qualcosa di nuovo, un pasto straordinario di provenienza assolutamente imprevedibile. Affermare che sia la cucina, sia il suo artefice abbiano messo in crisi le mie convinzioni sull’alta cucina, è a dir poco riduttivo: hanno scosso le fondamenta stesse del mio essere.
In passato non ho fatto mistero del mio sdegno per il famoso motto dello chef Gusteau “Chiunque può cucinare”, ma ora, soltanto ora, comprendo appieno ciò che egli intendesse dire: non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque. 

Da “Ratatouille”, di Brad Bird. 

 

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