I dolori del vecchio Re Giorgio

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Giorgio Napolitano, col suo discorso di auguri alle cariche dello Stato, ha tagliato il nastro di una nuova fase politica nazionale: è ufficialmente partito il percorso verso le sue dimissioni, un temibile redde rationem che consegnerà la sua figura alla storia (e non alla cronaca) della politica italiana; ma soprattutto metterà con le spalle al muro una manica di scolaretti (tanto il governo quanto i parlamentari) che dietro la scaltrezza del Grande Vecchio spesso si è nascosta, al fine di continuare a vivacchiare delle sue miserie.

Tutti di Napolitano si sono serviti, lo hanno usato come paravento, gli hanno chiesto sacrifici enormi, al netto di una campagna violentissima e diffamatoria nei confronti dell’uomo Napolitano e della Presidenza (prima o poi ne parleremo adeguatamente, perché si è trattato di un comportamento scientifico, preordinato, disonesto intellettualmente, sfascista, disgustoso e protratto per anni).
Il Presidente accettò dietro precise condizioni, tratteggiate nel devastante discorso di reinsediamento alla Presidenza del 22 aprile 2013: “Se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato in passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese” (minuto 14.25 del video qui sotto).
Dietro la rielezione vi era un patto preciso: il Presidente avrebbe fatto da garante per riforme, che sarebbero dovute procedere radicali e spedite.

Un giudizio sulla radicalità, la speditezza e – perché no? – la correttezza di tali riforme è difficile darlo oggi, e verosimilmente sarà altrettanto complicato darlo prima di un quinquennio (è un tempo tecnico ragionevole per vedere gli effetti di un riassetto generale). Ma di sicuro il patto tra gentiluomini è stato più volte tradito: se le riforme erano la condicio sine qua non, la stabilità politica era un accessorio indispensabile.
Ad avere grosse responsabilità di questo tradimento è il Partito Democratico, che nel giro di 20 mesi ha prodotto un congresso sanguinoso, una crisi di governo e una pessima gestione dei dissidi interni, riuscendo a non “vincere la pace” neppure dopo aver vinto una guerra (le Europee, per la precisione).

Le dimissioni sono un colpo di frusta – del tutto programmato, ricordiamolo sempre – di un vecchio notabile di un tempo passato che vede maltrattati i suoi ideali più profondi, addirittura pre-politici.
La generazione dei Napolitano aveva un chiarissimo senso della delicatezza e dell’importanza del ruolo istituzionale: fu una generazione capace di ereditare una Costituente e di barcamenarsi nella costruzione di una Repubblica. Una costruzione, per quanto travagliata, non sempre disastrosa e fallimentare come ci piace raccontare: proviamo uno strano godimento a dipingere un’Italia in cui si è sempre vissuto male.
La retorica del peggio, letteratura fiorente di questi anni, è un lamento autocommiserevole e seducente: ma è un racconto falso.

Nelle parole di Napolitano c’è stanchezza: una classe dirigente lo ha deluso troppo a lungo, ben oltre i 9 anni di Presidenza. Prima le smargiassate autoreferenziali di Berlusconi (per cui lo Stato andava piegato per scopi personali); poi la pavidità e l’inadeguatezza di Bersani col suo “non voglio vincere sulle macerie“, traduzione aulica di un ben più prosaico “non sono pronto a una campagna elettorale“.
Infine il grande errore, rifugiarsi in Mario Monti: l’algido professore è probabilmente IL rimpianto di Napolitano, che pensava di sparigliare le carte con una trovata geniale, pescando il Nuovo Ciampi. 
Si è trovato per le mani un Presidente del Consiglio troppo condizionato da Bruxelles e poi meschino e arrivista nel momento in cui si è candidato con la sua lista, cedendo alle lusinghe di una legittimazione popolare quantomeno improbabile.

Vero è che ex post è molto facile avere le idee chiare. Ed è facile tanto criticare Monti quanto criticare Napolitano. Si è quindi giunti al compromesso della rielezione da parte di un Parlamento incapace di esprimere un governo e disposto a tutto per trovare una quadra per la faccenda-Quirinale. 
Il resto è storia: l’insuccesso di Letta, l’attacco renziano al Partito, la crisi di nervi del PD. Napolitano oggi mette in chiaro che se ne andrà a prescindere, anche se si dovesse aprire una crisi. Come a dire: “Non pensiate di farmi di nuovo pena con le vostre minacce di divisione“.

Questa insistenza non è partigianeria: Napolitano si rende conto che ormai il PD è l’unico perno politico che regge il sistema, e dunque le divisioni interne dei democrat lo preoccupano.
Parallelamente, questa responsabilità il PD stesso fatica ad accollarsela. Negli ultimi 20 anni una serie di concause ha posizionato il PD nel ruolo di unico custode delle soluzioni sinceramente democratiche: il centrodestra è esploso, Grillo ha rappattumato un consenso rabbioso e senza prospettive praticabili. I Democratici non hanno un contraltare credibile e del resto accentrano nel loro travaglio interno le sorti italiane. È sempre andata così: si fa un congresso, cade un governo; c’è da massacrare un segretario, si crea una crisi attorno all’elezione del Presidente. E tutto questo a prescindere dalla simpatia, antipatia, capacità o inadeguatezza di Renzi.

La litigiosità atavica della sinistra è un male per il Paese, se la sinistra è l’unico orizzonte potabile sul panorama politico.
Per questo Napolitano, nel concludere il suo mandato, sta dando chiari segnali: avete scelto Renzi come cavallo vincente? Allora non sabotatelo.
Il tempo per le manovre tattiche, e forse anche per quelle ideali, è tragicamente finito da mesi.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

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