Ho origliato i sogni di una 17enne italomarocchina

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Sono sulla metropolitana.
Oggi la città ha deciso che l’inquinamento è diventato insostenibile, e visto che bloccare il traffico farebbe arrabbiare gli elettori e invece rendere gratuiti i mezzi pubblici è una roba molto yuppi-ye, l’amministrazione comunale a pochi mesi dalle elezioni ha soffertamente deciso di convergere sulla seconda soluzione.
L’affollamento è totale, e sono le due del pomeriggio.
Mi siedo fortunosamente in un cantuccio e provo a far partire la radio, che giustamente a 10 metri sottoterra mi risponde nell’unica maniera che merito: spernacchiandomi.

Intercetto a quel punto una conversazione: sono due ragazzi giovani, probabilmente liceali, un lui e una lei.
Hanno 17 anni: lo intuisco perché lei sta fantasticando su come cambierà la sua vita quando ne compirà 18.

“… non vedo l’ora, sai? Per me è un po’ difficile fare tutto quello che fanno le altre, proprio le cose normali, uscire la sera, andare a bere qualcosa, le feste… cose come dormire fuori, o fare le vacanze con gli amici. Sai, mio padre è marocchino…”.

“Sì, un bel casino”: il ragazzo risponde senza parlare, aggrottando un po’ la fronte e annuendo lievemente con il capo: ha i lineamenti sudamericani, la fronte larga, gli occhi scuri e piccoli.
Indossa un maglione in acrilico verde e dei pantaloni stretti e slavati. Lei è di media statura: non porta il velo né altri segni riconoscibili: jeans chiari attillati evidenziano delle gambe sinuose e proporzionate, un giubbotto in nylon traslucido nero termina con un cappuccio tenuto giù da una cascata di riccioli neri, lunghi. Ha il viso rotondo, uno sguardo timido, le labbra rappezzate col burro cacao perché il rossetto, suppongo, è roba da 18 anni e più.
“Per te è più facile, sei un maschio”. Lui non si fa scappare l’occasione, e inizia a decantare un timido accenno di vida loca di fronte agli occhi affascinati, e anche dolcemente invidiosi, di lei.

Un anno fa ho intervistato una signora gentile, un’esponente abbastanza conosciuta nella comunità musulmana della città. In tutti i modi ho provato a farmi dire che la condizione della donna nelle famiglie islamiche poteva/doveva fare dei passi avanti, e in tutte le occasioni sono stato respinto con fermezza.
Non abbastanza fermezza da convincermi, comunque.
Ho ripensato a quella chiacchierata mentre ascoltavo i radicali, normalissimi desideri di indipendenza di una ragazza di 17 anni.

Le auguro di poter fare quello che vuole: non è questione di religione, è questione di modi di vedere la vita. Càpitano anche in questo nord-ovest italiano parecchio secolarizzato i fidanzati possessivi e gelosi, che fanno terra bruciata attorno alle loro compagne per sentirle più proprie. Quest’idea del possesso della donna. La matrice religiosa è solo un fastidio ulteriore.

Per quel che mi riguarda, mi farebbe contento sapere che quella ragazza e le molte altre ragazze figlie di genitori ingombranti – che portano il velo o sono state infilate a forza negli scout perché è meglio riprodursi tra simili – possano viaggiare, truccarsi, vestirsi, amare e sperimentare quanto, come e cosa desiderano.
È una conquista del ventesimo secolo, ed è bello regalargliela in questo inizio di terzo millennio.

Umberto Mangiardi

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