Ho deciso di volermi male e guarderò tutto Sanremo – Terza serata

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L’apertura della terza serata è di nuovo affidata alle «nuove proposte». Solito programma con due confronti a eliminazione diretta. Giovanni Caccamo contro Serena Brancale, Amara contro Rakele (sì, sempre con la k che fa tanto gggiovane). I voti della sala stampa e quelli telematici pesano ambedue ancora per il 50%.

Il primo confronto non dovrebbe avere storia: poca cosa il pop del giovanotto, interessante la ragazza anche se l’arrangiamento dell’orchestra soffoca in buona parte quel semplice ma avvolgente jazz che dovrebbe farle da base. Invece passa – e con grande margine – Caccamo. Bah.

La seconda manche è più alla pari, anche se al ribasso. Amara ha un testo non male rispetto alla media, ma non interpreta alla grande. Rakele gioca a fare l’anticonformista parlando (ma va?) d’amore dicendo di non sapere cosa sia. La spunta Amara, venerdì tornerà sul palco dell’Ariston.

I grandi nomi oggi non si cimenterrano nel proprio repetorio, è la serata delle cover. Tutti si rigiocano il palco cercando di farsi notare o di riscattarsi con un pezzo non loro. Tutto questo proprio al Festival della canzone italiana. Splendido, stupendo. Non fateci caso: ho un cattivo rapporto con le cover, che a eseguirle siano principianti, cover band professioniste o artisti in gara per un premio.
Dunque, i venti «campioni» vengono divisi in cinque gruppi, da ciascun gruppo passa il primo e si finisce col confronto finale tra i cinque vincitori. Anche qui, il peso del voto è equamente ripartito tra sala stampa e televoto.

Dal primo gruppo emerge Moreno con una versione scialba di Una carezza in un pugno di Celentano. Ci inserisce pure del freestyle, o qualcosa che dovrebbe assomigliarci. Peccato per Irene Grandi che con una discreta versione di Se perdo te avrebbe certo meritato il passaggio. Gli altri due nomi in gara – Raf e Tatangelo – fanno solo presenza, e pure pessima.

Nel raggruppamento successivo abbiamo Biggio & Mandelli che coverizzano E la vita, la vita, celebre brano del duo comico Cochi e Renato. Ironico come i due si ritrovino a essere – in questo caso come nel loro pezzo – nulla più che la brutta copia di ciò che forse vorrebbero essere. Parafrasando un mio amico, le minestre riscaldate datele a qualcun altro, preferiamo la ribollita.
Nesli rovina Mare, mare di Carboni provando (anche lui) a inserirci del fasullo freestyle. Chiara rispolvera la Caselli, ma fa solo accademia. Nek fa il passo più lungo della gamba, ma avrà ragione: passa lui con Se telefonando, resa immortale da Mina. Non una gran performance, ma sicuramente una delle migliori fin qui.

Il terzo gruppo vede trionfare i Dear Jack con una versione di Io che amo solo te (Sergio Endrigo). Al limite della sufficienza, ma i loro avversari riescono a fare ancora peggio. La Atzei fa rivoltare nella tomba Tenco, Grazia De Michele & Platinette pare siano al karaoke mentre reinterpretano Algehro (Russo-Sisini). Alex Britti ancora una volta ci fa sentire le sue doti di chitarrista, ma le stecche e le imprecisioni su Io mi fermo qui dei Dik Dik sono imperdonabili. 

Nel gruppo successivo abbiamo una dinamica similare: passano i Il Volo con Ancora (Migliacci-Mattone, cantata da De Crescenzo), reinterpretata nel proprio stile – che si fa fatica a digerire – e con una bella presenza vocale. Lorenzo Fragola e Lucia Fabian non pervenuti. Annalisa però non avrebbe rubato nulla passando il turno vista la profusione di energia e la buona interpretazione di Ti sento dei Matia Bazar. Peccato che sul suo repertorio non sia altrettanto capace e incisiva, peccato davvero.

Infine, nell’ultimo raggruppamento, la spunta Masini con una fotocopia di Sarà per te di Francesco Nuti. Ma anche lui ha poca concorrenza e l’unica che potrebbe veramente tenergli testa dovrebbe essere una Nina Zilli non troppo convincente. Grignani fa a pezzi ciò che resta del povero Tenco – massacrato due volte stasera, poveraccio – mentre Malika Ayane se ne esce con una cover di Vivere (Vasco Rossi) che non dice veramente niente.

In mezzo a tutto questo non sono mancati gli ospiti. Le ex-Iene Luca e Paolo danno una lezione ai duetti comici prestati alla musica – ogni riferimento a fatti o persone è volutamente casuale – con un brano divertente e dissacrante sulle morti illustri della musica e sul carrozzone mediatico che nutrono. Si lasciano scappare anche qualche frecciatina alla politica e al doppio filo che lega oramai da tempo il Festival di Sanremo con i talent show. Fanno piacere queste piccole provocazione in una manifestazione dal taglio così semplicistico e politically correct.

Gli Spandau Ballet sono probabilmente i primi, veri ospiti internazionali di questa edizione. Anche se visibilmente invecchiati (il tempo passa per tutti), offrono uno show denso e appassionato. Danno una lezione a tutti, soprattutto ai più giovani, in fatto di capacità di esecuzione e di presenza scenica. La standing ovation finale è meritatissima.
I Saint Motel vanno poco più in là della sufficienza risicata: esibizione senza troppa vivacità e nel segno del minimo sforzo possibile. Dopo aver fatto il compitino, incassano gli applausi e se ne tornano a casa col Disco di Platino sotto il braccio. Anche nel pop rock la “vecchia scuola” resta incommensurabile rispetto alla “nuova”, non c’è niente da fare.

In due fasi distinte della serata compare poi sul palco un giovane chitarrista che fa saltare per aria l’Ariston con due versioni in chiave opera rock/metal di famose arie di Puccini, E lucean le stelle e Nessun dormaScopriremo che il ragazzo risponde al nome di Federico Paciotti, al secolo chitarrista dei Gazosa. Non c’è che dire, è cresciuto. Certo, lo stile è da pulire e da limare, c’è ancora da maturare e da studiare per giungere a un livello veramente apprezzabile. Ma è comunque un piacere vedere e sentire qualcosa di diverso a Sanremo, specie se viene fuori – anche se ancora a mo’ di marasma – da un’elettrica distorta e graffiante.

A fine serata arriva la classifica definitiva tra i cinque finalisti. La competizione delle cover è vinta da Nek e, considerando i concorrenti rimasti in gara, è giusto così. Certo non è il massimo iniettarsi l’ennesima dose di “male minore”, ma è anche vero che il brano è ostico, difficile. Nek è stato ambizioso, l’esecuzione e l’interpretazione non sono state forse all’altezza, ma il risultato finale è sicuramente migliore di quelli ottenuti dai vari sbarbatelli Moreno, Dear Jack e Il Volo. Masini invece è ancora lì che cerca di ritrovarsi, da qualche parte.

doc. NEMO
@twitTagli

(Crediti foto: Corriere.it, ANSA.it)

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