Grillo, democrazia diretta e accountability

Si torna a parlare di democrazia diretta. Dopo le parlamentarie e la votazioni online per il candidato a Presidente della Repubblica, il Movimento 5 Stelle si fa avanti con una nuova piattaforma di interazione diretta coi militanti, sul modello dei Pirati tedeschi.

 

Democrazia diretta significa prendere in prima persona ogni decisione politica, senza passare tramite rappresentanti. Nel sistema italiano gli esempi di democrazia diretta sono i referendum. Ma Grillo e Casaleggio vogliono fare di più, e far discutere ogni legge e proposta dalla base, e non dai rappresentanti. Attraverso la rete. Ed ecco perché è una cavolata.

 

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Non parlerò del nuovo “sistema operativo” (che è poi solo una piattaforma) lanciata o in corso di lancio. Perché è sì imperfetta, ma come ogni progetto può essere migliorata.

 

A essere sbagliata è l’idea stessa di democrazia diretta. Il primo e più ovvio problema è il cosiddetto “digital divide”: il divario fra chi ha effettivamente accesso alle tecnologie di informazione e chi ne è escluso. Il 5% circa della popolazione italiana – 2,9 milioni di cittadini – si trova in una situazione di digital divide di base. Senza contare chi non ha proprio le capacità di accesso alla rete: gli over-60 in Italia sono il 26% della popolazione, e sono in crescita. Tutti esclusi dalla rivoluzione democratica digitale di Casaleggio&Associati [ne parlavamo già circa un anno fa].

 

Ma mettiamo che il digital divide venga superato, che tutti abbiano possibilità e capacità di accedere alla rete. Questo non significa che abbiano tutti la possibilità e capacità di discutere un disegno di legge.

 

La democrazia rappresentativa è una soluzione a due problemi: Il primo è che l’operaio che lavora otto ore al giorno e deve occuparsi della famiglia non ha il tempo per informarsi e occuparsi delle questioni politiche, leggersi disegni di legge, o anche solo guardare Ballarò. Per questo elegge qualcuno che lo faccia per lavoro al posto suo.

 

E il secondo motivo per cui elegge questa persona è perché la ritiene un persona, al contrario suo, capace di svolgere quel lavoro.

 

Fare le leggi non è un mestiere semplice. Non è un mestiere che possono fare tutti: esige delle conoscenze e una cultura di dritto, economia e storia che non tutti possono o vogliono avere. Il mio macellaio è un’ottima persona, intelligente, ma non vorrei mai che scrivesse la riforma dell’Università. Vorrei che la scrivesse un professore universitario, perché è competente in quel settore. “L’eletto”, per dirla con la frase di un film “non deve essere un uomo del popolo, ma un uomo per il popolo”.

 

Vien da ridere a sentire questi parlamentari grillini (vi prego, non “pentastellati”) sostenere con orgoglio di essere “portavoce del popolo”. Lo Stato non ti paga per essere un portavoce, ma per usare la testa. Puoi anche non aver letto Walter Bagehot, ma il divieto di mandato imperativo è scritto nella costituzione italiana (art. 67). L’eletto non è un burattino dell’elettore. L’eletto agisce secondo la sua coscienza, e verrà giudicato dall’elettore a fine mandato in base al lavoro svolto.

 

Il problema italiano è che manca quest’ultima parte, chiamata con il termine inglese intraducibile “accountability”. Il processo di verifica dell’eletto sull’elettore. E manca per due motivi:

 

    1. con il sistema elettorale italiano l’eletto non è così legato al territorio come con i sistemi anglosassoni. Soprattutto perché non si possono esprimere preferenze nella scheda;

 

    1. i giornali. Le persone possono giudicare gli eletti se sanno quello che fanno, se sono informati. E i giornali in Italia hanno grandi colpe in questo senso.

 

Prima di parlare di democrazia diretta, cerchiamo di far funzionare il sistema rappresentativo. Anche perché quando si è trattato di questioni importanti, come alleanza col Pd e Ius Soli, di democrazia diretta nel Movimento se n’è vista poca.

 

Luca Gemmi
@lucagemmi

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