Firenze, assoluzione per stupro: quando la morale può nuocere alle vittime

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Il 17 luglio la Corte d’Appello di Firenze ha assolto i sei imputati per il reato di violenza sessuale di gruppo ai danni di una ragazza conosciuta a una festa vicino alla Fortezza di San Giovanni Battista a Firenze.
L’avvocato difensore della ragazza, Lisa Parrini, sostiene a gran voce che la motivazione della Corte è “densa di giudizi morali”, riportandone anche dei pezzi in cui i giudici affermano di trovarsi di fronte a una vicenda “incresciosa, ma non penalmente rilevante”, in cui il comportamento della ragazza fa supporre che, “anche se non sobria, fosse comunque presente a se stessa”, nonostante probabilmente stesse “attraversando un momento di debolezza e fragilità”.
Da parte loro gli imputati avrebbero “mal interpretato” la disponibilità della ragazza, circostanza cui si aggiunge la mancanza di “alcuna cesura apprezzabile tra il precedente consenso e il presunto dissenso della ragazza”.

Fin qui, cronaca giudiziaria. Meno normale il contorno: i giudici nelle motivazioni avrebbero anche definito “non lineare” la vita della ragazza, perché avrebbe avuto avuto due rapporti occasionali, un rapporto di convivenza e uno omosessuale; un soggetto fragile, ma al tempo stesso “creativo, disinibito, in grado di gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali di cui nel contempo non era convinta”.
Quindi, insomma, una ragazzaccia. Messo nero su bianco.

Torna alla mente quel film-documentario uscito nel 1979 con il titolo “Processo per Stupro” (qui la versione integrale). Quel documentario ha fatto storia, come ora la farà la vicenda di questa nuova vittima di violenza sessuale di gruppo, che non solo ha denunciato, ma ha combattuto con l’aiuto del suo avvocato difensore affinchè la sua triste esperienza non finisse con il classico risarcimento economico dei danni e nessuna pena per gli stupratori.

 

Le analogie tra le motivazioni della Corte d’Appello fiorentina di oggi e questo documentario risiedono nel clima di sopraffazione maschile, che permette al giudice di far domande morbose e irrilevanti con toni sprezzanti nei confronti della vittima, addirittura atteggiamenti scherzosamente complici tra gli uomini del processo, a prescindere dal loro ruolo, per il solo fatto di appartenere al genere maschile.
La responsabilità del fatto ricade sulla vittima – che porta con sé una valigia di giudizi morali.

Eppure sono passati 36 anni, e dal punto di vista giuridico sono cambiate tante cose. Ad esempio, la violenza sessuale è diventato un reato contro la persona; ai tempi di Fiorella (la vittima di stupro del documentario) l’abuso era considerato un delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, oppure contro la morale famigliare.
In parole povere: nel 1979, a livello giuridico, la donna non era neanche presa in considerazione. 

I fatti della ragazza di Firenze vanno però letti con la legge attualmente in vigore: la legge n. 66 del 1996 ha modificato il nostro codice penale, stabilendo che l’aspetto più importante (la fattispecie, per dirla in giuridichese) della violenza sessuale è il non consenso.
Quindi, basta che la vittima “non voglia”: il non consenso può intervenire in qualsiasi momento, anche durante un rapporto sessuale consenziente.
Nel momento in cui il non consenso (o rifiuto, che dir si voglia) interviene, e l’altra persona continua l’atto, siamo di fronte a una violenza sessuale.

L’avvocato della ragazza protesta:In una motivazione di sole quattro pagine si sostiene che con il suo comportamento ha ‘dato modo ai ragazzi di pensare’ che fosse consenziente”.
Emerge dalla descrizione iniziale della ragazza l’aspetto della fragilità, non meglio spiegata, ma questo elemento potrebbe costituire un tratto della condizione di inferiorità psichica – condizione citata nel Codice Penale a tutela delle vittime di violenza sessuale che non necessariamente sono state in grado di esprimere il loro rifiuto.

In attesa della Cassazione, ovviamente questa non è la sede per decretare se ci sono dei colpevoli, se il fatto è avvenuto veramente e se la signorina in questione abbia subito un sopruso oppure abbia tenuto un comportamento che scagiona i sei imputati.
Il punto è che non è ancora il momento dei commenti: è facile gridare allo scandalo di fronte a un’assoluzione, ed è terribile quando si condannano degli innocenti.
Quello che si può fare, adesso, è concentrarci sul metodo: nelle sentenze di tribunale non c’è spazio per valutazioni morali, e l’unico cardine interpretativo è il confronto tra i fatti avvenuti (per come è possibile ricostruirli) e le previsioni di legge.

Se le valutazioni morali entrano nelle sentenze, e se passa il messaggio allarmistico per cui le vittime di violenza sessuale rischiano di veder sminuita la loro posizione per colpa di questi giudizi morali, si rischia di mietere vittime esterne. Quelle donne che stanno subendo violenze in queste ore, leggendo che “gli stupratori la stanno facendo franca”, potrebbero essere portate a non denunciare. E l’impatto sociale di tale conseguenza sarebbe intollerabile.

“Noi donne siamo presenti a questo processo.
Per donne intendo prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula, ed io, che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato.
Che significa questa nostra presenza? Ecco, noi chiediamo giustizia.
Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c’interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa.”

(Tina Lagostena Bassi, 1979)

Eleonora Ferraro
@twitTagli

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