“C’erano uno svedese, un greco e uno spagnolo…”: i migliori film del 2017

Prima di buttare giù una mia classifica, stavo accarezzando l’idea di scrivere qualche riga per tirare le somme sul 2017: non sui miei film preferiti, ma sul ben più importante tema emerso nel 2017 in relazione all’industria cinematografica – l’esplosione di notizie e racconti su molestie sessuali, la conseguente esponenziale crescita di un dibattito pubblico in merito alla questione e l’analisi dei singoli casi, da quelli più clamorosi, come Harvey Weinstein e Kevin Spacey, a quelli più controversi e difficili da affrontare, come Louis CK.
Pensavo di fare una breve introduzione in cui sintetizzavo il mio punto di vista sulla questione, per poi passare oltre e parlare di quello che ho visto al cinema quest’anno. Il piano era questo

.

Poi mi è tornato in mente il verbo “sintetizzare” e sono scoppiato a ridere. Non riuscirei mai ad essere “sintetico”. Scriverei 4 pagine piene e poi allegherei una top 10 appiccicata con lo sputo.
Magari ci tornerò sopra. Magari nel 2018, giusto per iniziare bene l’anno. Per ora, tutto quello che mi sento di fare è usare il mio spazio su Tagli in maniera decisamente più frivola, ma magari anche meno pesante e pedante.
O magari quelle 4 pagine resteranno un mio rimpianto, e mi sentirò in colpa per non avere mai messo per iscritto in maniera strutturata la mia opinione; a proposito di rimpianti, questi sono alcuni film del 2017 che non ho ancora visto e non posso mettere in classifica:

All the Money in the World; Lady Bird; Call Me By Your Name; Good Time; The Shape of Water; Smetto Quando Voglio – Ad Honorem; The Florida Project; Thelma; Loveless; Lady Macbeth; Phantom Thread; Coco; Lady Bird; Kedi; The Foreigner; I Don’t Feel at Home in the World Anymore; Mudbound; The Post; Lucky;

Questi invece sono i miei 10 film preferiti, e sono certo (…) che non aspettavate altro.

10. John Wick – Chapter II

John Wick è il miglior film d’azione degli ultimi anni. Il secondo capitolo non può vantare l’incredibile effetto-sorpresa del suo predecessore, ma i suoi meriti si fondano su una mitologia più approfondita e una struttura narrativa che osa un pochino di più, espandendo un intero mondo sulle radici del piccolo revenge movie da cui partiva.
Keanu Reeves è un anti-eroe fragile e indistruttibile allo stesso tempo, il cuore di un film che si prende sul serio ma non è eccessivamente serioso, e contiene al suo interno le migliori scene d’azione del 2017.

9. Get Out

Get Out è forse il film più simbolico e rappresentativo dell’anno, tanto che ha messo d’accordo praticamente ogni critico cinematografico del pianeta; per un film horror, è un caso eccezionale.

I giganteschi pregi di Get Out risiedono sicuramente nell’ottima esecuzione di una premessa divertente e originale, una specie di “Indovina chi viene a cena” dell’orrore.
Tantissimi si sono soffermati sul valore sociale e metaforico nel film, sulla satira spietata della condizione dell’afroamericano nella società americana di oggi. Ma il più grande pregio di Get Out è l’essere una storia scritta, diretta e interpretata in modo fantastico, con un rispetto dei dettagli, della logica interna e delle atmosfere progressivamente inquietanti assolutamente raro nel cinema di genere moderno.
Get Out è prima di tutto un grande horror, e il suo merito maggiore è non permettere mai al proprio “messaggio” di sovrastare il racconto.

8. Dunkirk

Ho visto Dunkirk nelle migliori condizioni possibili (in lingua originale, interamente in Imax) ed è impossibile non restarne meravigliati.
Non ci sono troppe cose da dire sul film in sé, che racconta un capitolo di storia della seconda guerra mondiale giocando con i piani temporali e con il valore del “tempo” in un contesto in cui lo scorrere dei minuti è una questione di vita o di morte.

Chi parla di operazione puramente stilistica e fine a sé stessa a mio avviso sbaglia, perché il tema di Dunkirk è proprio il rapporto tra i protagonisti umani e il loro personale conto alla rovescia.
Tra i migliori film di Christopher Nolan, Dunkirk è l’operazione cinematografica più ambiziosa del 2017 e una delle opere più coinvolgenti e meglio dirette dell’anno.

7. The Big Sick

So che suona strano leggerlo, ma The Big Sick è la migliore commedia romantica del 2017 insieme al terzo film della trilogia di Thor.
A differenza di Thor, non ci sono alieni o martelli volanti. Ci sono un pakistano e una ragazza bianca che si ammala a metà film, e la storia personale scritta e interpretata da Kumail Nanjiani è delicata, malinconica e molto divertente in modo mai urlato; l’umorismo è quello sottile e quasi “sussurrato” che scaturisce da vicende realistiche della vita di tutti i giorni, dove esseri umani credibili reagiscono al dolore e alla separazione.

Dopo anni di letame verbale inflitto ai danni della distribuzione italiana, devo ammettere di essere rimasto spiazzato dalla scelta di distribuire The Big Sick in Italia quasi in contemporanea con la release americana.
È comunque opportuno recuperarlo in lingua originale, perché gran parte del valore del film passa attraverso i dialoghi.

6. War for the Planet of the Apes

Più ci ripenso, più mi rendo conto di essere innamorato di questo film a livello quasi viscerale. È una visione assolutamente imprescindibile per chiunque sia interessato ad osservare il livello che la computer grafica e gli effetti speciali digitali hanno raggiunto negli anni.
Più di Guerre Stellari, più di qualunque film supereroistico, War for the Planet of the Apes raggiunge orizzonti inimmaginabili di fotorealismo e trasforma interpretazioni in performance capture in alcune tra le più profonde ed emotive prove d’attore che il cinema del 2017 abbia offerto.

Andy Serkis e Weta Digital hanno raggiunto un livello talmente alto che mi chiedo come sia ancora possibile ignorarlo in fase di assegnazione di premi e riconoscimenti ufficiali.
A parte questo, il nuovo Pianeta delle Scimmie è un gran film in tutto e per tutto. Matt Reeves è uno dei talenti visivi più interessanti in circolazione e questa saga di fantascienza migliora con ogni nuovo capitolo. War for the Planet of the Apes occupa solo il sesto posto della mia classifica per qualche problemino di scrittura e per un secondo atto un po’ troppo “statico”, ma sono difetti assolutamente trascurabili.

5. The Killing of a Sacred Deer

Insieme a mother! di Aronovski, questo è il film meno “piacevole da guardare” del 2017: nel senso che lo spettatore è sottoposto a un’agonia lenta e strisciante di scuotimento emotivo.
Tanto i personaggi sembrano inerti, quasi indifferenti, così il sottoscritto si è sorpreso nell’essere gettato in uno stato di profondo turbamento interiore.
Non sto usando espressioni a caso: The Killing of a Sacred Deer mi ha proprio messo a disagio. Ed è per questo che è un film spettacolare.

Yorgos Lanthimos è l’autore greco responsabile del capolavoro che è Dogtooth e del mezzo pasticcio che è The Lobster.
Ha una sensibilità unica ed è istantaneamente riconoscibile per come dirige gli attori: ogni interpretazione dei suoi film è ammantata di una stranezza quasi fine a sé stessa (o completamente fine a sé stessa, nel caso di The Lobster). In questo film, Colin Farrell regala forse la sua interpretazione più gigantesca insieme Barry Keoghan, un ragazzino dalla faccia così “picchiabile” che se lo incontrassi per strada non potrei garantire per la sua (o mia) incolumità.

4. Colossal

Colossal inizia vestendo i panni dell’adorabile filmetto indipendente americano della porta accanto, ma si trasforma progressivamente in una strana allegoria che non capisci fino in fondo cosa stia cercando di comunicare. Io l’ho amato alla follia.
Jason Sudeikis è una mia personale fissazione degli ultimi anni: lo guardo e penso che potrebbe essere il nuovo Bill Murray dei nostri tempi, perché eleva praticamente qualunque cosa in cui appare: dalle commedie stupidone tipo “Come ammazzare il capo” a ottimi prodotti indipendenti come “A Good Old Fashioned Orgy”.
In Colossal, interpreta un personaggio deprecabile da cima a fondo e riesce a mettere lo spettatore in una specie di scacco, per cui continua a starti simpatico finché non capisci quanto sia davvero una merda.

3. The Square

The Square è diretto dallo stesso pazzoide svedese responsabile per Force Majeure, capolavoro assoluto di un paio di anni fa.
Il suo lavoro successivo ha vinto la palma d’oro a Cannes quest’anno e, come il suo predecessore, è una commedia grottesca dalle derive profondamente tragiche che ruota attorno a svedesi incastrati in situazioni moralmente ambigue da cui non riescono a uscire.

A mio avviso, The Square è un pochino meno riuscito di Force Majeure, che era talmente bello da essere quasi irripetibile. È un film meno “compatto”, che apre mille parentesi e dimentica di chiuderne alcune e rischia talvolta di scivolare nel “sorrentinismo acuto”.

Piccola digressione lessicale: per “sorrentinismo” si intende quella malattia che ti porta a pensare di stare raccontando profonde verità filosofiche attraverso immagini evocative, come una suora albina che prende a testate una padella o qualsiasi cosa fosse La Grande Bellezza, quando in realtà non stai raccontando proprio un tubo e anzi stai un po’ perculando lo spettatore.

L’ancora di salvezza di The Square è data però dal fatto che Ruben Östlund non è Paolo Sorrentino, e ha perfettamente idea di cosa sta comunicando in ogni sua scena.
The Square è tanto ambizioso quanto incoerente e distratto, ma crea alcune tra le migliori “vignette” cinematografiche degli ultimi anni. Lo stesso sfondo della vicenda, l’ambiente dell’arte contemporanea e degli allestimenti museali, è ritratto con un’ironia spietata che non si limita a prendere in giro, ma anzi intende davvero fare una riflessione costruttiva su cosa voglia dire “opera d’arte”.
The Square è talmente zeppo di idee e momenti fantastici che è impossible non restarne sedotti, e mescola il realistico con il surreale con una classe infinita e una profondità praticamente inedita.

2. mother!

mother! è persino peggio di The Square a livello di masturbazione intellettuale e ambizione a volere raccontare qualcosa di fondamentale.
È peggio di The Killing of a Sacred Deer nel livello di fastidio crescente inculcato nello spettatore, e decisamente peggio di Colossal e di Get Out messi insieme nella brutale schiettezza della sua allegoria.
Allo stesso tempo, l’ultimo film di Darren Aronofsky è una pazzesca manifestazione di controllo dei propri mezzi e della propria “voce” cinematografica, la quintessenza di un autore che decide di mettersi in gioco personalmente e fare il più costoso filmino di diploma dell’accademia mai realizzato (come lo ha definito un mio collega quando ne parlavamo).

mother!  è un film straordinario nella sua semplicità ma anche nella stratificazione di livelli di lettura che vorrebbe accumulare. È una specie di pamphlet pro-ambientalista mescolato ad un’interpretazione originale della Bibbia, mescolato a un po’ di racconto autobiografico del percorso creativo di un artista mescolato a un home invasion visto dalla prospettiva della casa.
Io in mother! ci ho visto più o meno quello di buono (poco) che avevo visto in Noah: un’interpretazione un po’ stramba della Bibbia, in particolare del libro della Genesi, sovrastata da una convintissima ideologica animalista e ambientalista che cerca di scuotere e sconvolgere il prossimo per raccontare al meglio le sensazioni di un uomo incapace di trovare una possibilità di salvezza per il pianeta in cui vive.

La cosa più bella di mother! è l’idea di volere rappresentare la violenza e l’orrore raccapricciante che ci circonda, e di cui siamo quasi sempre responsabili, dal punto di vista del luogo in cui viviamo; ci costringe a vivere un’esperienza dolorosa come se fossimo incatenati e incapaci di reagire, con lo scopo ultimo di lanciare il messaggio che in fondo il mondo è un posto di merda e Dio se ne frega di noi.
Suona male? Sì. È piaciuto a tutti? Decisamente no.
È uno dei più grandi sforzi cinematografici dell’anno e merita di essere visto per l’indubbia qualità e originalità della sua esecuzione? Sì, senza discussione.

1. Baby Driver

Lo so. Ho parlato di un sacco di film che suonano noiosi, presuntuosi o pesanti. Ma il primo classificato della mia top 10 dovrebbe servire da redenzione allo snobismo fighetto di chi ha appena citato registi greci, svedesi e spagnoli anziché soffermarsi su chi conta veramente, come Edgar Wright e il suo ultimo film che comprende inseguimenti stradali coreografati come fossero un musical.

Sopra ho parlato di “esperienze” faticose o difficili nella visione di alcuni dei film che ho amato di più quest’anno. Baby Driver è decisamente l’esperienza cinematografica più divertente dell’anno: è assolutamente delizioso dall’inizio alla fine, una gioia per gli occhi e per le orecchie e uno straordinario lavoro di montaggio che dimostra come la consapevolezza dei propri mezzi e la preparazione maniacale rappresentino il valore aggiunto di qualunque regista.
Edgar Wright è forse il miglior talento visivo in circolazione, e Baby Driver è il punto più alto della sua carriera in questo senso.

Resta ancora inferiore a Hot Fuzz nel complesso, perché la commedia con Simon Pegg e Nick Frost è il suo capolavoro a livello di scrittura dei personaggi.
Tuttavia, Baby Driver catapultata istantaneamente lo spettatore in una dimensione stilizzata di personaggi e situazioni cool, dove ogni momento è memorabile e ogni movimento di macchina è studiato per avere un senso e uno scopo preciso.
La storia mescola il racconto di formazione di un “post-adolescente” che si compromette con la malavita organizzata e cerca di sopravvivere dopo il più classico degli “ultimi lavori” andati male: è quasi un Drive gioioso e spensierato, in cui la messa in scena è così strettamente connessa allo storytelling da rappresentare praticamente un manuale da studiare a scuola. Rispetto a The World’s End, che era un po’ tornato indietro ad antiche sicurezze britanniche, Baby Driver rappresenta l’evoluzione del percorso artistico di un autore fantastico come Edgar Wright, e infonde grandissime aspettative su come la carriera di questo regista potrà proseguire negli anni.

Davide Mela

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