Fargo: come Lester ha venduto l’anima al diavolo

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Avvertenza: l’articolo contiene spoiler. Leggere solo dopo aver visto la serie. 

Fargo non è solo una delle serie più cruente e grottesche prodotte negli ultimi anni, ma è soprattutto una storia di (de)formazione. Per dieci episodi assistiamo sempre più attoniti alla degenerata evoluzione interiore di Lester Nygaard, che – lentamente e con suo stesso, autocompiaciuto stupore – si tramuta in un mostro.
L’aspetto più disturbante della metamorfosi di Lester, però, sono le ripercussioni che questa incute sullo spettatore, che, impotente, vede crescere infidamente dentro di sé un imbarazzante piacere perverso di fronte alle diaboliche astuzie escogitate dal protagonista.

All’inizio, infatti, Lester non è altro che un ometto insignificante, vittima del bullismo inflittogli dalla moglie e da un ex compagno di scuola: si fa fatica a non simpatizzare per lui e istintivamente si prova un empatico senso di pietà per la sua incapacità di reazione. A ciò aggiungete che Lester è (magistralmente) interpretato da Martin Freeman, il prototipo del common man, il tizio qualunque con cui spontaneamente ci si identifica. Lester, con tutte le sue debolezze, è l’uomo buono catapultato in un violento e sanguinario mondo di lupi. Si fa prevaricare perché opporsi significherebbe soccombere. Ha scelto di rimanere confinato in una tranquilla mediocrità (lavorativa e affettiva) per quieto vivere. È il classico tipo che affronta la vita con un sorriso, ma che appare troppo raggiante per essere davvero felice.

Lester è un represso, e solo chi si ferma alle apparenze non nutre una nota di sospetto per quella sua noncurante allegria. Dentro di lui cova un’ardente sete di rivalsa, frenata soltanto dall’interiorizzazione delle regole sociali. Per chiunque di noi sarebbe un argine sufficiente e probabilmente lo sarebbe anche per Lester, se non fosse per l’incontro con l’assassino Lorne Malvo.

Malvo è un diavolo tentatore, seminatore di zizzania. Anche lui sulle prime risulta quasi simpatico, forse per lo sfortunato taglio di capelli, o magari per il gentile contegno con cui si rivolge a un Lester teneramente indifeso, o ancora per l’innocente dispettuccio suggerito al giovane inserviente del motel. Sappiamo già che è un killer, ma ciononostante le sue azioni appaiono guidate da una sorta di moralità.

Appaiono, appunto. Con il demonio Malvo condivide l’abilità nell’ingannare il prossimo: rivoluziona il suo aspetto fisico, nascondendosi sotto mentite spoglie, e mostra all’uomo il lato seducente del male affascinandolo con le sue parole. Dapprincipio anche noi siamo stati ingannati da Malvo, non diversamente dai beoti poliziotti di Bemidji, raggirati dal radicale travestimento di Malvo nel mansueto e caricaturale reverendo Peterson, o come le tre vittime del suo camuffamento successivo, abbindolate da un affabile dentista brizzolato.

Nella sala d’aspetto dell’ospedale, Lester, pur sapendo che «non è bene ripensare a queste cose», si fa tentare dalle seducenti promesse di vendetta di Malvo e stringe un patto faustiano col diavolo. «Mi chiede di uccidere quell’uomo. […] Lei dica solo “sì” o “no”», sibila Malvo. Lester pronuncia un “sì” volutamente ambiguo, una sintesi del suo sfinimento tanto fisico quanto emotivo. Quando poi rivede Malvo al diner, prova invano a celare la sua soddisfazione per l’esaudimento della sua fantasia, la morte di Hess, e il suo completo cedimento alla brutale filosofia di quello straniero venuto dal nulla per stravolgere una placida cittadina del Minnesota.

«Il tuo problema è che hai sempre pensato che ci fossero delle regole. Non ce ne sono. Una volta eravamo gorilla. Avevamo quello che potevamo prendere e difendere. La verità è che sei più uomo oggi di quanto non lo fossi ieri. […] È una marea di sangue, Lester, questa nostra vita. La merda che ci fanno ingoiare giorno dopo giorno, il capo, la moglie, eccetera, sfinendoci… Se non ti opponi e non gli spieghi che sei ancora una scimmia, nel profondo, lì dove conta, alla fine vieni spazzato via».

Per Lester la scoperta di possedere una natura feroce e vendicativa è una rivelazione, ben rappresentata dal poster affisso nello scantinato: «E se fossi tu ad aver ragione e gli altri torto?». Dal suo mefistofelico maestro apprende con lucida consapevolezza che, indossando una maschera, può manipolare gli altri e coglierli di sorpresa, sfruttando l’immagine esteriore che si è suo malgrado costruito nel tempo. Nessuno si aspetterebbe da lui – il mite e inetto agente assicurativo, il marito remissivo, il «mezzo uomo», il «Nygaard sbagliato» – un crimine efferato come l’omicidio. Non se lo aspetta nemmeno l’acida moglie, la cui espressione di morte è l’emblema dello sbigottimento.

Da questo momento, un brivido di disagio comincia a percorrere la schiena dello spettatore. Lo sceneggiatore, infatti, ci ha “slealmente” infilato in un bel pasticcio: l’immedesimazione con Lester è ormai compiuta, parteggiamo sinceramente per lui, e non resistiamo dal manifestare un piccolo moto di trionfo per l’assassinio dell’insopportabile Pearl.

Il tutto poi si svolge in un’atmosfera surreale, che quasi smorza la gravità dell’atto in sé: sembra solo un malizioso colpetto di martello quello con cui Lester colpisce la moglie, accanto a una lavatrice fumante, simbolo del suo orgoglio virile perduto. E poi, quando realizziamo che il peggio è accaduto, interiormente ci affrettiamo a giustificare l’impulsiva ripicca di Lester. Ma proprio mentre siamo pronti ad accogliere il suo rinsavimento e a perdonarlo, Lester si accanisce come una bestia sul corpo esanime della donna, con un contrasto sconcertante tra la sua furia violenta e le sue parole pentite («Oh, Gesù… Oh, Gesù… Oh, Gesù… Oh, Gesù… Oh, Gesù… Mi dispiace… Oh, Dio… Oh, Dio…»).

Per noi e per Lester è il punto di non ritorno. D’ora in poi siamo costretti a immedesimarci in un omicida, immersi fino al collo in un gioco diabolico: da un lato la nostra moralità ci induce a condannarlo, ma dall’altro la scimmia che è in noi si compiace del male che Lester è riuscito a compiere, riscattandosi dalla sua smidollaggine, e finiamo per desiderare che resti impunito, perché in fondo pensiamo che sia stato il mondo di lupi in cui lui vive a portarlo a farsi giustizia da solo.

A complicare il nostro imbarazzo provvedono i fratelli Coen, che all’inizio di ogni episodio ci avvertono che stiamo assistendo a una storia vera. Non è così – come diversi critici hanno avuto modo di approfondire – ma il monito produce un effetto ancora più perturbante su di noi, obbligandoci a fare i conti con la realtà. Ormai non possiamo più giustificare sbrigativamente le malefatte di Lester, perché “tanto è solo fiction”; se ci schieriamo dalla sua parte, dobbiamo sapere che appoggiamo un uomo realmente esistito, un assassino in carne e ossa.

Lester dimostra poi di possedere un’insospettabile arte nel cavarsela e una perfida astuzia. Subito dopo l’uxoricidio, prova persino ad attirare in una trappola Malvo per attribuirgli la responsabilità del delitto, un tentativo fallito per il sopraggiungere del capo della polizia di Bemidji.

Con il passare delle puntate, tutto ciò che c’era di buono nell’anima di Lester evapora a causa di quel patto originario con il demonio. Incastra senza rimorsi il fratello, irretisce la moglie di Hess per portarla a letto e, ultimata la vendetta, diventa un uomo nuovo nell’aspetto e nella personalità. In cambio della sua anima ha ottenuto successo e appagamento (un’agenzia sua, un riconoscimento pubblico, una moglie più giovane e bella, una casa più grande). La sua presunzione è tale che ormai crede di poter sfidare il suo maestro, il diavolo in persona.

Messo alle corde, Lester ci dà infine la prova definitiva della sua corruzione morale: manda a morte certa l’inconsapevole moglie con un inganno vigliacco e meschino, invitandola a indossare il suo giaccone e a calarsi il cappuccio sul volto affinché Malvo la scambi per lui. Lester è ormai un essere disgustoso e spregevole, un viscido ratto che ricorre a biechi trucchetti per nuocere agli altri. A questo punto, la repulsione nei suoi confronti è troppo forte per essere tollerata. Il processo di immedesimazione si spezza.

Eppure, ancora una volta siamo costretti a prendere le sue difese. Lester si sarà pure trasformato in un mostro, ma Lorne Malvo è un mostro ancora peggiore. Nelle puntate precedenti ha sparso morte in maniera orrenda, come nella strage di Fargo, ritratta in un originalissimo piano sequenza di quasi due minuti, che fa il paio con quello, altrettanto ardito, di True Detective. Tuttavia, Gus Grimly, il poliziotto imbranato e dal cuore puro, è il solo a intuire al primo sguardo, con immenso terrore, che Malvo è la personificazione stessa del male.

A differenza delle malvagità di Lester, ispirate da codardia e opportunismo, quelle di Malvo sono come piaghe inevitabili che si abbattono per la semplice ragione che il male è connaturato al mondo ed è difficilmente estirpabile. Con un’ironia non involontaria Malvo dissemina citazioni bibliche, assume le sembianze di un reverendo luterano e castiga con le piaghe d’Egitto il ricco Stavros Milos per ricattarlo e indurlo alla pazzia. Malvo si diverte a dismettere i panni di Satana per giocare a interpretare Dio.

Ma ci sono soprattutto altri due indizi, oltre a quelli precedentemente illustrati, che mi spingono a identificare Malvo con il diavolo.
Il primo è rintracciabile proprio all’inizio della serie, quando Malvo, giunto a casa di Lester dietro sua sollecitazione, scende nello scantinato e svanisce misteriosamente. Non esiste un modo razionale per spiegarlo, Malvo è semplicemente investito di un potere soprannaturale, lo stesso potere che gli permette di superare indenne ogni situazione, quasi fosse immortale, al punto che si ostina a non morire perfino dopo una catena ripetuta di spari, crollando definitivamente solo dopo un colpo alla testa.

Il secondo indizio si trova nello scambio di battute, carico di tensione come in un duello western, che avviene alla tavola calda tra il padre di Molly e Malvo. Questi, prima di andarsene, si complimenta per lo spuntino dicendo: «Non mangiavo una torta così buona dal Giardino dell’Eden» (che nella traduzione italiana per il doppiaggio, a causa di una sciagurata incomprensione delle allusioni e dei rimandi alla Bibbia, diventa «da tempo immemore»). Con questa sua enigmatica dichiarazione, Malvo ha però palesato la sua vera identità: il riferimento è alla comparsa del diavolo nel paradiso terrestre sotto la forma di un serpente tentatore.

La morte di Malvo è poi accompagnata da un’altra serie di allegorie. Non è un caso che sia proprio un lupo a segnalare fortuitamente a Gus il nascondiglio di Malvo. Questi, come il lupo, è un animale selvaggio, un cacciatore, un predatore che uccide per sopravvivere. Lo ricorda perfino esteriormente, con il cappotto scuro e il viso vagamente ferino. Date un’occhiata al ringhio finale del sublime Billy Bob Thornton. Non sembra forse un lupo?

I richiami, però, non finiscono qui. Il nome di battesimo di Malvo, Lorne, non è altro che un anagramma di “loner”, solitario: non può non venire alla mente l’espressione “lupo solitario” che ben si attaglia alle caratteristiche del killer professionista. Ed è poi lo stesso Malvo a parlare di lupi durante un dialogo con il suo committente Stavros Milos: «I Romani furono cresciuti dai lupi. Il più grande impero nella storia dell’umanità, fondato dai lupi. Sa cosa fanno i lupi? Loro cacciano. E uccidono. Per questo non ho mai creduto al “Libro della giungla”. Un ragazzo cresciuto dai lupi che diventa amico di un orso e di una pantera. No, io non credo. […] I Romani, cresciuti dai lupi, videro un tizio trasformare acqua in vino e che cosa fecero? Lo mangiarono. Perché non esistono santi nel regno animale, ma solo pranzi e cene».

Come il lupo delle fiabe, inoltre, Malvo non lesina travestimenti e inganni, indossando i panni dell’agnello. In questo continuo gioco delle apparenze, il suo contraltare è Lester, un lupo perennemente vestito da agnello e, per questo, forse ancora più pericoloso: l’ultima terribile astuzia di Lester è occultare una tagliola tra i suoi abiti e attirare Malvo nella trappola con la voce.

Tuttavia, non spetta a un lupo uccidere un altro lupo. Spetta al cacciatore, e il cacciatore è Gus. Ricorderete, infatti, che Gus era un addetto al controllo degli animali nella polizia di Duluth, un incarico di secondaria importanza, ma che si rivela decisivo alla fine, quando, dopo essere penetrato nella tana del lupo, Gus comunica a Malvo di aver risolto il suo indovinello. A suggerirgli la soluzione, in realtà, era stata la perspicace Molly, l’unico elemento delle forze dell’ordine a uscire degnamente dalla serie. Perché l’occhio umano vede più sfumature di verde che di ogni altro colore? «Per via dei predatori», risponde Molly. «Ehm, noi discendiamo dalle scimmie, no? E nei boschi, nella giungla, è tutto verde. Per non essere mangiati dalle pantere e dagli orsi noi… noi dovevamo poterli vedere anche tra l’erba, gli alberi».

Così, mentre il cacciatore Gus uccide il lupo Malvo, questi, esalando gli ultimi respiri, vede un lupo fuori dalla finestra: in un certo senso, quindi, è come se vedesse se stesso, la sua anima diabolica staccarsi dal corpo per tornare nell’inferno da cui era provenuta.

Con la morte del diavolo, si rompe anche il patto faustiano che aveva fatto la fortuna di Lester. Dopo un inseguimento tra motoslitte in mezzo alle nevi, quasi una parodia delle scene d’azione dei film di James Bond, Lester precipita in un buco ghiacciato, in una metaforica discesa verso gli inferi. Rimane a galla soltanto il suo vecchio berretto, simbolo di quell’innocente candore che ci aveva conquistato all’inizio della serie.

Jacopo Di Miceli 
@twitTagli

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