Enrique Omar Sivori

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Conobbi Sivori nelle parole di mio nonno. Granata.
A l’éra ën grand bastard. Ma l’era bon a giöghe al fotbal”.

Ghigno antipatico, classe e dribbling. Una cattiveria del sangue che in Italia non si era mai vista: Sivori picchiava, provocava, segnava, era una gioia per gli occhi.
Le immagini di un calcio polveroso e tifoserie ordinate fanno sembrare facili i gol di Sivori – e non lo erano. I palleggi con la palla più piccola e pesante ancora più funambolici.

Ma i dribbling secchi, le sterzate, le finte di corpo invece sono intatti. Il controllo di suola in mezzo a due avversari, la garra charrùa, l’avversario da battere ma soprattutto da irridere.
Boniperti racconta: “Il brasiliano se può ti dribbla e passa la palla, in silenzio. Un argentino ti dribbla dandoti un pugno in faccia e poi ti manda a fare in culo con un «Hijo de puta»”.

Sivori era arrogante e strafottente, era scorretto e poetico: capitava che Sivori dribblasse l’avversario per poi aspettarlo su una zolla poco più avanti. Il difensore recuperava; Sivori lo scartava di nuovo.
Capitava che Sivori “promettesse” un rigore: “Te lo batto alla tua destra, vediamo se lo prendi”. Il portiere abboccava e Sivori appoggiava dalla parte opposta.
Sivori era argentino, intimamente argentino.

Grazie ai soldi della sua cessione, il River Plate ha costruito mezzo Estadio Monumental, una cattedrale del calcio. Grazie al suo acquisto, e al tridente appunto con Boniperti e Charles, la Juventus ha vinto tre scudetti e tre Coppe Italia. 
Dopo la parentesi caliente di Napoli (“Tutti i calciatori dovrebbero provare cosa significa giocare nel Napoli”) si ritirerà in un’hacienda, nella sua Argentina.
La chiamerà Juventus, con tutta la dolcezza che l’accento del Rio de la Plata può conferire (Huén-tus).

Sivori l’ho visto giocare nel 1997, aveva 62 anni. Erano partitelle amichevoli tra vecchie glorie della Juventus, in occasione dei festeggiamenti per il centenario.
La sua squadra scende in campo con i rigadìn. Mentre compagni e avversari si salutano, Sivori ha un chiodo fisso. Va dall’arbitro, gli strappa di mano la palla e inizia a correre palla al piede per il campo vuoto.
Arriva davanti alla porta e segna con il suo mancino.
La curva esplode in un boato, per quel gol inutile e a porta sguarnita. Anche da lontanissimo, si vedono gli occhi di Sivori che brillano. 
Va sotto la curva, si batte forte la mano destra sul petto, bacia la maglia.

Mauro Loewenthal
@twitTagli

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