E se i repubblicani appoggiassero Hillary contro Trump?

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Nel 2015 Donald Trump era il dark horse, il candidato oscuro di cui nessuno sapeva stimare la forza politica. Tutti ritenevano la sua candidatura una piacevole provocazione, utile a  smuovere un po’ le acque del partito repubblicano con la sua fresca sfacciataggine.
Ora Trump è il favorito alla nomination del Grand Old Party repubblicano.
Che, colto di sorpresa, assiste impotente alla sua ascesa. 

Già, il partito detesta Trump. Lo considera un demagogo, un tiranno, inadatto alla politica, incapace, sbruffone e gli affibbia altri appellativi più o meno giustificati. Qualche esempio:

  • Eliot Cohen, docente universitario e funzionario durante la presidenza di George W. Bush, ha twittato la lista di ragioni per cui non appoggerà mai Trump: “demagogia, tortura, bigotteria, misoginia, isolazionismo, violenza. Non è il partito di Lincoln, non è il mio partito”.
  • La prestigiosa National Review, punto di riferimento dell’editoria conservatrice, ha titolato “Contro Trump” una sorta di edizione speciale in cui tutti i redattori hanno tentato di smontare la candidatura del magnate.
    Il direttore Glenn Beck e la sua truppa, forti dell’autorità di chi non ha mai parteggiato per nessuno, stanno lavorando sodo per scongiurarne l’eventualità di una sua presidenza. 
  • Peter Wehner, consulente di George W. Bush e repubblicano di lungo corso, ha dichiarato: “Trump è precisamente il tipo d’uomo per evitare il quale è stato concepito il nostro sistema di governo; il tipo di leader che i nostri padri fondatori temevano – una personalità demagogica che non si presenta come parte del sistema costituzionale, ma piuttosto come un’alternativa a esso“.

È chiaro: il GOP (appunto, il Grand Old Party) detesta Trump perché non ha valori repubblicani, non ha idee repubblicane, non ha un passato repubblicano: molto vicino al partito democratico, donatore della Clinton Foundation, Trump ha anche fatto una comparsata nel 2000 nel Reform Party, che di conservatore non ha nemmeno il nome.
Trump corre ora sotto l’ombrello del partito repubblicano, ma va in una direzione opposta. E questo è un problema enorme per l’establishment, come è chiaro dallo schema seguente: 

Trump sta vincendo 
Trump è contro il partito repubblicano 
Il partito repubblicano sta perdendo.

Se a questo si aggiunge che:

Il partito non ha idea di come fermare Trump 

Il tempo per reagire è sempre meno =
Potrebbe essere impossibile fermare la corsa di Trump se riuscisse a consolidare ancora il suo vantaggio durante il Super Tuesday, in cui si vota in 11 stati.

Allora si avrà un’idea di quanto è critica la situazione per il partito che fu di Lincoln e Reagan. Lo schema è ovviamente semplicistico, ma le cose stanno esattamente così.

 

TRUMP, IL TROLL REPUBBLICANO

Dunque: Trump non ha idee repubblicane, non ha un programma repubblicano, non abbraccia i valori repubblicani, non ha una tradizione repubblicana. Questo ci porta alla sorprendente conclusione che, ehi, Trump non è repubblicano!
E per giunta non ha nessuna voglia di diventarlo. Perché dovrebbe allinearsi con l’establishment?

  1. Primo, proprio denunciandone le malefatte ha creato una solida base di consenso. 
  2. Secondo, così facendo evita le lotte interne al partito lasciando che i suoi avversari si indeboliscano a vicenda. 
  3. Terzo, gode di una libertà di movimento enorme: fuori dal partito c’è un bacino elettorale vastissimo, irraggiungibile per i repubblicani ortodossi (e anche per Cruz, che è “esterno” ma parte da un conservatorismo estremo).
    Il magnate ha di fatto l’esclusiva di caccia in questi territori inesplorati, e in effetti il suo elettorato si estende fino a lambire quello di Sanders, allettando gli elettori più arrabbiati e pessimisti.

Il GOP è nei guai perché Trump, chiamandosi fuori dalla tradizione repubblicana, è immune ai suoi attacchi. I meccanismi del partito possono gestire conflitti interni tra diverse correnti di pensiero oppure attacchi del partito avversario, ma non sono di aiuto quando si tratta di affrontare qualcuno che gioca con regole diverse.
Anche lo spot di Cruz (“Trump fa solo finta di essere un repubblicano“) è clamorosamente andato a vuoto: pur ben congegnato, l’attacco mira soltanto a smascherare Trump come un falso repubblicano, insomma tanto valeva intitolarlo Cose che già sappiamo.

Oltre a Cruz, anche gli altri candidati hanno provato ad attaccare il Mogul sul piano politico, ma la loro si è rivelata una mossa non solo ingenua, ma persino pericolosa. Ingenua perché Trump ha sempre reagito dirottando il discorso sul piano personale, stendendo gli avversari con accuse irrazionali o assurde (“Cruz è canadese”, “Rubio è cubano”) ma di grande effetto.
Pericolosa perché attaccandolo i candidati si sono esposti a critiche analoghe, con una differenza sostanziale: Trump non ha mai avuto un incarico politico e non ha nulla da nascondere in questo senso.
Al contrario Rubio, Cruz e Bush hanno tutti, inevitabilmente, commesso qualche passo falso in passato: la gestione dell’Iraq per Bush, la mancata riforma dell’immigrazione per Rubio…
Quindi la domanda è: chi ha più da perdere da un’analisi al setaccio della carriera politica? Ecco, appunto.

Stuart Stevens, ex stratega di Romney, descrive perfettamente la situazione: Donald sta “semplicemente correndo contro campagne che non stanno correndo contro di lui“.
I repubblicani sanno bene a questo punto di dover fare qualcosa se vogliono sopravvivere a queste elezioni, e infatti si sono messi alla ricerca di qualcuno in grado di contrastare il magnate.

 

#NEVERTRUMP: COME CONTRATTACCARE E CHI PUÒ FARLO

Per indebolire Trump è indispensabile incrinarne il mito e instillare il dubbio nei suoi sostenitori meno convinti. A questo scopo la persuasione è inutile: la sua popolarità non si fonda tanto sulla razionalità quanto sulla componente emotiva di ognuno. È uno schema che noi italiani conosciamo bene e che sta affascinando per certi versila stessa Europa: non siamo riusciti ad “anglosassonizzare” il dibattito europeo, incardinandolo su un bipolarismo stabile; e anzi, il mondo anglosassone ha scoperto gli outsiders, prima con Clegg (ma era un’altra storia) e ora col populismo di Trump. 
Per questo servono armi diverse, probabilmente le stesse che usa lui: insulti, invettive, tweet al vetriolo, arroganza. E, va da sè, bisogna gettare via ogni ombra di correttezza politica.
Ma bisogna prima capire chi è in grado di fare una cosa simile. Un candidato abbastanza forte da sfruttare quelle crepe per smontare del tutto la figura mitica di Trump.
E questo è di per sè un bell’enigma: chi è l’Eletto?

Bush è fuori dai giochi: a forza di ripetere il suo motto “abbiamo bisogno di un politico di comprovata esperienza”, è stato buttato fuori a calci da chi ripete “abbiamo bisogno di un leader, non di un politico”. Suicidio-capolavoro.


L’ultimo tweet di Jeb. No, Jeb, non farlo! Hai così tante cose per cui vivere!”

Cruz ci ha provato, ma è stato sommerso di insulti: non passa giorno senza che Trump non gli dia del bugiardo.
A onor del vero Cruz ci mette anche del suo per non deluderlo: la sua campagna finora è stata costellata di manovre di bassissimo livello, l’ultima delle quali ha portato al licenziamento del suo capo della comunicazione. Diciamo che è più prudente lasciare che qualcun altro si occupi di Trump.
Senza contare che anche Cruz si pone in contrasto con il partito.

Carson non conta quasi nulla. Per di più formalmente è un outsider del partito, quindi ha più senso per lui unirsi a Trump nelle accuse all’establishment piuttosto che attaccare chi ha idee simili ma un’abilità comunicativa ben diversa.
Inoltre Carson è di fatto un corpo estraneo nella campagna, e stiamo solo aspettando che annunci il suo ritiro. 

Kasich non ci guadagnerebbe: mettendosi allo stesso livello del riottoso imprenditore perderebbe l’aura di candidato moderato e unificatore, e rischierebbe solo di finire a pezzi.
Tra l’altro sia lui che Carson sono stati invitati ad abbandonare la campagna per agevolare i superstiti, anche se non sembrano disposti a farlo.

Il cerino più corto è rimasto in mano a Rubio, che dopo la débâcle in New Hampshire ha lavorato sodo per staccarsi di dosso l’appellativo Rubiobot e ha iniziato a lanciare qualche frecciata a Donald.
Per mancanza di alternative spetta a lui l’onere di attaccare l’outsider. Sarà un compito difficile; ma potrà contare sull’appoggio di tutta la macchina di partito.
Tra l’altro solo lottando con Trump dimostrerà di meritare l’investitura ricevuta dal GOP: una posizione non invidiabile.

 

RUBIO: TOO LITTLE, TOO LATE

Mentre i repubblicani pianificano le prossime manovre, Trump si bulla del supporto dell’ex rivale Chris Christie, da poco ritiratosi e del governatore della Pennsylvania LePage. Ora che Trump inizia a mietere consensi anche all’interno del partito, potrebbe essere già troppo tardi.
Il problema è che l’avversione degli elettori nei confronti del partito rende inverosimile una vittoria di Rubio, che è l’incarnazione del conservatorismo del GOP.
I dati sono perentori: persino in Florida, dove gioca in casa, i sondaggi danno Trump in vantaggio di ben 20 punti. Conclusione? Rubio non può sconfiggere Donald da solo, ha bisogno di una spalla.

L’investitura di Rubio è una misura tardiva e debole, e il partito lo sa. Per questo dopo le elezioni in South Carolina (22 febbraio) Lindsey Graham, senatore del Palmetto state, ha rispolverato l’ipotesi di un ticket Rubio-Kasich
Il ticket indica un’accoppiata di candidati che ricoprirebbero, in caso di vittoria, il ruolo di Presidente e Vice-Presidente, e storicamente è stato usato non tanto per scegliere il candidato migliore quanto la miglior accoppiata in grado di raccogliere il maggior numero di consensi. In questo caso il giovane, talentuoso senatore della Florida rappresenterebbe il cuore dei valori e delle idee repubblicane, e il saggio, esperto governatore dell’Ohio servirebbe per allargare il consenso agli elettori indipendenti e moderati.
Ambizione ed esperienza per unire il popolo americano sotto lo stendardo repubblicano. 

Ma l’idea è fallita sul nascere, forse anche visti i magri consensi di Kasich, ed è stata rimpiazzata due giorni dopo da una versione 2.0 decisamente più aggressiva: un ticket Rubio-Cruz che non sarebbe facile da digerire per il partito, così avverso al candidato “che tutti odiano” (al punto che alla cena del Congresso Graham ha fatto ridere la platea dicendo Se uccideste Cruz nell’aula del Senato, e il processo fosse al Senato, nessuno riuscirebbe a condannarvi“).
A mali estremi, estremi rimedi: l’improbabile alleanza sembra l’ultimo bastione in grado di resistere all’assedio di Trump.
Anzi, il penultimo.
È un’ipotesi realistica?

A Rubio e al partito conviene senza dubbio: Cruz trascinerebbe un gruzzolo consistente di voti, soprattutto negli Stati della Bible Belt, a forte presenza evangelica.
Oltretutto nel caso di un suo ritiro i voti andrebbero più o meno equamente a Rubio e Trump. Infatti Cruz è allineato all’establishment quando si tratta di evidenziare le tendenze demagogiche di Trump, mentre è d’accordo con quest’ultimo quando si tratta di mettere in cattiva luce l’establishment.

Per Cruz può essere conveniente, perché all’esterno dell’establishment c’è spazio per uno solo tra lui e Trump, e il vantaggio di di quest’ultimo sembra sempre più difficile da colmare.
Rientrare nei ranghi del partito a questo punto costerebbe qualche sacrificio, ma gli consentirebbe di proseguire la corsa con una spinta rinnovata.

I novelli sposi hanno assaggiato l’unione nel dibattito del 25, in cui, alla destra e alla sinistra di Trump, lo hanno attaccato a più riprese in un duello all’ultimo grido (letteralmente).
Il risultato è stato incoraggiante, e il giorno dopo un Trump leggermente ridimensionato è incappato in qualche scivolone su Twitter. Niente di eclatante, ma è un inizio che lascia ben sperare. Il primo test è dietro l’angolo, con il Super Tuesday.

 

UNA POLITICA DI INSULTI

Durante il dibattito Cruz e Rubio hanno così trovato la breccia giusta per colpire Trump: come previsto, il modo giusto è l’insulto, la bassezza. Rubio sta testando proprio in questi giorni l’efficacia della nuova strategia, e ultimamente se n’è uscito con insinuazioni nientemeno che sul membro di Trump.
Che dire, Piccoli Trump crescono.
Aspettiamo con ansia qualche commento sessista sulla giornalista Megyn Kelly.

Rubio ha imboccato la strada giusta, ed è determinato:Farò tutto quello che serve” ha dichiarato.
Condurrò la campagna per tutto il tempo necessario. Donald Trump, l’artista della truffa, non sarà mai alla guida di questo partito.” Rimane da capire chi sarà il suo fedele Sancho Panza.
Intanto gli suggeriamo di affinare la sua tecnica sarcastica imparando dal maestro Obama, che ha già fatto a pezzi Trump in questi 5 memorabili minuti nel 2011. 

Nel frattempo le principali testate conservatrici stanno aggiustando il tiro per per colpire Trump là dove è più vulnerabile, cioè sulle peculiarità che lo distinguono dai politici: si vanta di essere l’incarnazione del self-made man americano, tuttavia ha beneficiato dell’eredità del padre, il vero magnate immobiliare.
Si dipinge come un businessman di successo, ma come spiega i clamorosi insuccessi di Atlantic City, dove i suoi casino sono falliti nel giro di pochi anni?
E ancora: che cosa ha da dire il magnate sulle dichiarazioni fiscali degli ultimi anni e sulla Trump University, che sembra essere stata una truffa bella e buona?
Non è questo il luogo per snocciolare i punti oscuri del Mogul, il punto è che ne ha in abbondanza e tutti noti da anni: convinto che il fenomeno Trump fosse un fuoco di paglia, il partito repubblicano li ha ignorati a lungo, ma ora si è convinto a passarli al setaccio.

 

L’ALTERNATIVA DEL DIAVOLO: IPOTESI HILLARY?

In ogni caso il GOP non si fa illusioni: anche se Trump può essere battuto la strada è in salita, e costellata di curve cieche. Rubio può anche essere il candidato “in grado di unire il fronte repubblicano” come va sbandierando ad ogni comizio. Gli appelli dei giornalisti, che fanno leva sul senso di responsabilità dell’elettorato, sulla tradizione, sul buon senso e su ogni cosa utile a elemosinare un po’ di supporto, possono anche essere efficaci, così come i titoloni apocalittici – “La morte del partito di Reagan“, “Ultima chance per l’America” e il temibile “Trump sarà il prossimo Obama” – possono risvegliare qualche pecorella smarrita.
Ma se tutti questi sforzi fossero insufficienti il partito ha due alternative di emergenza.

La prima è una brokered convention. Se Trump e Rubio terminano le primarie senza raggiungere una sufficiente maggioranza di superdelegati, il partito può decidere “mercanteggiando”: la brokered convention è in soldoni una trattativa a porte chiuse dalla quale emerge un vincitore.
È un’ipotesi che si cerca di scongiurare, anche perché la nomination ottenuta non ha nessuna forza popolare.
Vi sono precedenti di brokered conventions (1952 per i democratici, 1948 per i repubblicani), ma non è mai accaduto che il candidato così selezionato vincesse le elezioni.

La seconda è un’alternativa che mi piace definire, visto il fiorire di neologismi, Pietromiccosa. Il GOP è disposto ad appoggiare ufficialmente la Clinton contro Trump. Le testate repubblicane hanno già sondato il terreno con l’articolo “Perché il presidente Trump sarebbe un disastro peggiore di una presidente Clinton“, pubblicato prima dal radicale The federalist e ripreso a stretto giro di posta dalla National Review.
Non sono riuscito a trovare dei precedenti di una simile situazione, quindi non ho molti elementi su cui basarmi; ma non c’è bisogno di precedenti per capire che il GOP è disposto praticamente a tutto pur di scongiurare una nomination di Donald Trump.
A cosa si deve questo accanimento, e questo panico un po’ tardivo?

Il GOP ha compreso che la lotta con Trump riguarda l’idea stessa di conservatorismo; la posta in gioco non è l’elezione del 2016, ma l’intero DNA repubblicano. Trump può anche permettersi di perdere, ma il GOP no ed è disposto a tutto proprio perché ha tutto da perdere.
In quest’ottica il possible supporto alla Clinton acquisisce un senso, e ce lo spiega come meglio non si può Alexander Hamilton: “Se dobbiamo avere un nemico alla guida del governo, che sia uno che possiamo combattere, e di cui non siamo responsabili.

Edoardo Frezet

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