Di banane, antirazzismo, intercettazioni e plagi sociali

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Il mondo dello sport, con stupefacente puntualità, ha proposto in questi giorni due storie ghiotte per la voglia di semplificazione che un po’ tutti abbiamo.
Partiamo dalla Spagna, dall’Estadio Madrigal di Villareal: Dani Alves, intraprendente terzino destro del Barcellona, come tutti sapete viene omaggiato di un frutto tropicale da un tifoso non particolarmente illuminato della squadra di casa.
Gli viene tirata una banana mentre sta per battere un corner, e non ci va un professore di ermeneutica per arguire l’equivalenza “banana = scimmia = negro”.
Con discreta presenza di spirito, il terzino brasiliano la raccatta, la sbuccia e se la magna di gusto. Poi batte il corner e già che ci siamo il Barça segna.
Per raccontarla tutta, il caro Alves nei commenti alla faccenda si spinge a dare del “ritardato mentale” a chi ha compiuto il gesto, e in tutta onestà non è il massimo tirare in ballo malformazioni psicofisiche per insultare prossimo.
Ma possiamo dare ad Alves l’attenuante dell’ira, e comunque considerare che se fa il terzino destro e non l’ambasciatore in Gran Bretagna forse un motivo c’è, e dunque l’etichetta non è il suo forte.

Comunque, con la stessa prontezza, qualche ora dopo, il suo compagno di squadra Neymar (anche lui non esattamente albino di carnagione, al netto dei capelli mechati) posta su internet una foto di sé con il figlioletto, entrambi intenti a deglutire potassio: lo sberleffo del comportamento razzista subìto è un’idea geniale, ed è ancora più geniale diffondere il tutto con la regina delle campagne virali, almeno per quanto riguarda gli ultimi 12 mesi. Tutto il mondo si mette a mangiare banane e a fotografarsi mentre lo fa, per dimostrare solidarietà al giocatore e dare un chiaro segnale in materia.
Tutto molto bello, tutto molto naturale. Una bella storia su cui tutto il pianeta, media e telespettatori e utenti, si butta a capofitto, dato che ha tutti gli ingredienti giusti per sfondare: leggerezza, politicamente corretto, se vogliamo anche valori-base per una civile convivenza tra gli uomini.

Finché il giorno dopo il giornale sportivo catalano AS inizia a gettare qualche ombra: non è che il tutto è frutto di una strategia di marketing?
In effetti sì: nella interpretazione più soft, il buon Neymar ha colto la palla al balzo e ha approfittato della vicenda per lanciare una propria linea di abbigliamento griffata dal suo sponsor, con appunto protagonista una banana troneggiante ed il sottotesto autoironico e dissacrante, pronta per il lancio pre-Mondiale (foto sotto).
Ora: se fossimo in politica o in economia, la ridda dei complottisti sarebbe già partita. AS non si spinge a tanto e dunque nemmeno noi. Pare davvero che il tutto sia avvenuto per caso, e gli agenti pubblicitari della Nike siano stati travolti da uno tsunami di buona sorte, con una campagna mondiale zeppa di testimonial d’eccezione disseminati in tutto il globo. Niente male, come lancio sul mercato.

Meno limpido è – forse – il generale distacco con cui questa notizia è stata accolta. Quelli di AS, a ben vedere, hanno fatto uno scoop coi fiocchi e le frange; eppure in Italia la notizia è stata rilanciata con cautela, quasi con riluttanza, verosimilmente per continuare a utilizzare la “bella storia” senza macchiarla di risvolti di marketing.

Spostiamoci dall’altra parte dell’Oceano, da un personaggio illuminato almeno tanto quanto il buzzurro di Villareal. Si tratta di David Sterling, proprietario della seconda squadra di basket di Los Angeles (oggi in lotta per i play-off NBA, e per una volta in un periodo migliore dei notissimi dirimpettai, i Los Angeles Lakers), il quale viene pizzicato in una registrazione telefonica in cui discute con una sua “amica” (nelle virgolette leggete quello che vi pare) a cui intima di non farsi fotografare con uomini di colore: “Portatelo a casa, portatelo a letto, fai quello che vuoi ma non farti vedere in giro con uno di loro. E non portarli alle partite dei Clippers“.

Apriti cielo. Scandalo, indignazione, fuga di sponsor, reazioni inviperite di mostri sacri come Magic Johnson (che per un motivo o per un altro pare fosse il bersaglio della rampogna di Sterling: pare fosse lui ad accompagnare la pischella, e se anche così fosse – viste le di lei foto, che trovate in fondo all’articolo – non ci sarebbe un motivo uno per dargli torto).
Giova notare che l’intercettazione è divenuta pubblica al di fuori di una qualunque inchiesta giudiziaria: pare sia stata l’amica di Sterling a organizzargli questo dolce scherzetto.

Non solo: nel giro di venti giorni Sterling (foto qui sotto) viene radiato a vita dall’NBA con il favore di almeno il 75% di tutti i proprietari della Lega e con il sindacato dei giocatori quanto mai unito in appoggio di tale decisione. A ciò si aggiunge una multa di 2,5 milioni di dollari (ma c’è chi parla di 5) interamente devoluta ad associazioni che lottano contro la discriminazione.

Mettiamo qualche puntino sulle “i”: è assolutamente ovvio e giova ribadire che i comportamenti e gli atteggiamenti e i pregiudizi razziali sono semplicemente ottusi e ripugnanti. Se poi tu sei il proprietario di una squadra del massimo campionato di uno sport dove la stragrande maggioranza dei giocatori è nera, e ti fai pinzare in una faccenda del genere, la tua idiozia tocca livelli siderali.
Ma la domanda, ed il comune denominatore di entrambe le storielle, è una domanda che sarebbe opportuno farsi un paio di volte al giorno: perseguire un obiettivo giusto e sacrosanto (come in questo caso la lotta al razzismo) è una missione da compiere ad ogni costo (e con “ogni” intendo proprio “qualsiasi”, a prescindere da tutto)?
Perché se ragioniamo insieme, nel primo caso ci stanno un po’ tutti prendendo in giro, raccontandoci una storia solo fino a che fa comodo e fa vendere (fa vendere sia giornali sia la maglietta di Neymar); nel secondo in nome del decoro ci prestiamo a un paio di violenze private mica da ridere.

Secondo me, per esempio, ognuno ha il diritto di essere idiota, addirittura il diritto di essere razzista (se il suo razzismo lo coltiva nel privato della sua cameretta e non turba l’esistenza di nessuno): se una persona in una conversazione privata mostra atteggiamenti razzisti, non vedo perché farne derivare conseguenze pubbliche.
Il buon Sterling, che abbiamo appurato essere un troglodita e un fesso, è stato sottoposto ad una gogna mondiale (e già questo non è il massimo da un punto di vista garantistico, ma facciamo finta di niente) ma soprattutto è stato estromesso da un business in virtù di un suo atteggiamento giudicato sconveniente.
Per la precisione, è stato “fatto fuori” senza un processo, senza una fattispecie chiara a monte, senza un giudizio e con il solo generico consenso del 75% dei suoi competitors, che per quello che ne sappiamo potevano tranquillamente non aspettare altro che una scusa per silurarlo.

Insomma: nella nostra società alcuni tabù pesano più di altri tabù. Tutelare alcuni tabù consente l’infrazione di altri tabù: questa è una verità forse molto banale, forse no, ma di cui è il caso di prendere atto.
Tutelare la lotta al razzismo (e, a scanso di equivoci, ribadisco ancora che la lotta al razzismo è un concetto sacrosanto) consente di infischiarsene della verità, o della completezza della storia, o del fatto che Dani Alves stesso è un buzzurro a dare a caso del “ritardato mentale”, perché i ritardati mentali esistono e la loro situazione è sicuramente più drammatica di un fanfaluco che lancia banane allo stadio.
Tutelare la lotta al razzismo consente di infischiarsene che il privato di una persona, per quanto abbietta, è e resta privato se non si spinge alla violenza nei confronti di terzi. E uno per quello che fa nel suo privato ha diritto a non essere giudicato – o se proprio deve essere giudicato, che gli venga concessa possibilità di difendersi realmente!

Per costruire una gerarchia di tabù è necessaria una società molto compatta, molto organizzata, molto permeata e pervasa dagli stessi ideali, molto dura, molto rigorosa. In una certa qual misura, forse è anche giusto che sia così.
Ma facciamo attenzione: è vero che è sicuramente più facile e più immediato ragionare con l’accetta rispetto al mettersi a distinguere i vari aspetti delle vicende, ma è altrettanto vero che piegarsi alla furia semplificatrice e alle reazioni di pancia ci rende tutti uguali, tutti preformattati, tutti gregge.

Soprattutto, permette alla società di calpestare i nostri diritti (il diritto a non farci condizionare da un marchio di abbigliamento, ad esempio; o il diritto a un giusto processo) e di farla sentire perfino nel giusto mentre li calpesta.

Umberto Mangiardi
@twitTagli 

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