Daniela Santanché, le lottizzazioni, la stasi: riflessioni sull’ovvio

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A volte, uno si sveglia e prova una insopprimibile necessità di ribadire l’ovvio: per esempio, l’acqua è bagnata, il fuoco scotta, la parmigiana di melanzane è indigesta, con il semaforo rosso non si passa, soprattutto Daniela Santanché è inadatta a qualunque ruolo istituzionale, o comunque superiore al gallineggiare pallido e assorto in questo o quel talk-show-circo che tanto odiamo (amiamo).

Da questo dato di fatto non è che possa germogliare granché. Sì, va bene, la solita e trita riflessione:

  • il Pdl non ha una dirigenza (dirigenza?!) presentabile;
  • non c’è una nomenclatura decente di destra oltre i soliti quattro-cinque spendibili (Letta Senior, Lupi per quanto sia ciellino… gli altri ora come ora non sovvengono ma ci saranno di sicuro);
  • allargando il cerchio, non c’è una destra decente tout court;
  • a fare un governo con quelli lì una Santanché ogni tanto era da mettere ragionevolmente in conto e altre menate di questo stampo.

Meno ovvio forse – ma solo forse – il ritrovarsi qui, addì 2 luglio 2013, due mesi e quattro giorni dopo il giuramento nelle mani del cooptato Giorgio II, a parlare di puzzle, di cariche e di poltrone.
C’è solo una cosa più fastidiosa dell’ovvio, e cioè l’ovvio invelenito: quelle frasi rabbiose a prescindere, che sfociano nel populismo, condite da quadretti pietistici ma plastici alla Dickens de’ noantri, tra cassaintegrati, nonne compassionevoli, madri coraggio e piccole e tenere vessazioni. Oggi vi tocca.

Uno crede sempre alla metafora del pilota: andare al governo è un po’ come sedersi al volante, alla guida, al timone (dal latino gubernum, timone) di un qualcosa, e se sei un buon pilota inizi magicamente a stampare giri veloci uno in fila all’altro, tirando fuori mirabilie da quello che prima era un catorcio. La realtà è ben più complicata. Ma sicuramente non è costituita da quello che traspare-appare come l’unico impegno dei massimi dirigenti politici del Paese: la lottizzazione indefessa. E qui – non immaginate la sofferenza del dover usare un concetto di Grillo – son davvero tutti uguali.

Lasciando stare il Pdl, che è una satrapìa piramidale dove l’occupazione delle cariche da parte dei paggi è funzionale al disegno di utilizzare pro domo propria la macchina statale, perfino il Partito Democratico è concentrato in lotte intestine per accaparrarsi posti, mansioni, cariche, comandi: Renzi, Epifani, Barca, Letta, Civati, Cuperlo, tutti con le armi affilate in vista del congresso di ottobre.
Ci saranno anche idee, dietro queste facce. Noi poveracci, però, non ce ne stiamo accorgendo. Per intanto, il lancinante “Fate presto” del Sole 24 ore di ormai un anno e mezzo fa sta assurgendo a mitologia: nella abituale e onanistica stasi delle istituzioni e dei partiti, mai urlo fu più tremendo, mai urlo fu più inascoltato. E calpestato. E deriso.

Umberto Mangiardi
@UMangiardi

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