Come si diventa complottisti a causa della crisi

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Togliamoci subito un’idea dalla testa: i complottisti non sono matti. Possiamo deriderli, possiamo contrastarli, ma non possiamo permetterci di sottovalutarli, perché il complottismo ciclicamente si ripresenta e si diffonde, muovendosi come un agente patogeno: per anni, se non per decenni, giace nascosto nelle menti di individui paranoici ed emarginati, ma poi all’improvviso, per qualche ragione, contagia persone apparentemente normali, che a loro volta cominciano a sposare teorie al limite dell’incredibile.
Di colpo i paranoici non sono più considerati tali, ma sono guru, capipopolo, leader politici, seguiti da una folla crescente che sembra aver perso il proprio buon senso e che è disposta a credere a tutto, anche all’impossibile. Ma come può accadere?

Le crisi, soprattutto quelle economiche, sono acceleratori del processo di propagazione del complottismo. Nella storia recente è già capitato due volte che una crisi economica provocasse la pericolosa mutazione del complottismo in ideologia di massa. Ci soffermeremo soprattutto sul secondo caso, dato che il primo è tragicamente noto a tutti. 

GERMANIA, ANNI ’30 – Afflitta da una disoccupazione record (un quinto della forza lavoro), strangolata dal cappio di 33 miliardi di dollari di debiti da rimborsare come riparazioni di guerra, e colpita da una deflazione sconsideratamente indotta dal governo, la Germania, per risollevarsi dalla crisi, si affidò al partito nazionalsocialista di Adolf Hitler, nella cui ideologia era contenuta una teoria del complotto all’ennesima potenza: gli ebrei provocarono la sconfitta tedesca nella Prima guerra mondiale e, riuniti in una perversa cospirazione che coinvolgeva le plutocrazie occidentali e il bolscevismo sovietico, erano la causa primaria di tutte le sofferenze del Volk germanico.
Il popolo tedesco, quello stesso popolo che aveva prodotto Goethe e la rinascita culturale di Weimar, smarrì d’un tratto la ragione e si lasciò incantare dalla mitologia estremista, razzista e complottista di un uomo che, in tempi normali, sarebbe stato reputato folle.

STATI UNITI, ANNI ’80 – Nel 1979 Paul Volcker venne nominato presidente della Federal Reserve. Volcker era preoccupato: l’inflazione aveva raggiunto livelli sudamericani, toccando persino il tasso record del 13%.
Fino ad allora, la politica della Fed era stata quella di favorire il pieno impiego, non di contenere l’inflazione, in una prospettiva molto più attenta all’economia interna che al contesto finanziario internazionale.
Ora, quando si parla di inflazione, si pensa sempre che sia il peggiore dei mali che possa capitarci, in particolare nell’eventualità in cui il suo tasso cominci a salire sopra il 3-4%, e figuriamoci se questo sfiora o sfonda la soglia psicologica della doppia cifra. Ma, come spesso succede in economia, il punto di vista di chi formula un’opinione conta eccome.

Negli Stati Uniti, alla fine degli anni Settanta, l’inflazione era sì altissima, ma i salari dei lavoratori riuscivano ancora a stare al passo con l’aumento dei prezzi. Per di più, i tassi di interesse erano inferiori al tasso di inflazione, il che significa che chi contraeva un prestito ci guadagnava, e chi prestava ci perdeva.
Infatti, per gli agricoltori americani gli anni Settanta erano tempi di vacche grasse: seguendo la logica del “buy now, pay later” (compra ora, paga dopo), molti di loro comprarono nuovi terreni, che, nel giro di poco tempo, grazie all’inflazione, raddoppiarono persino di valore.
In pratica, il prezzo dei terreni cresceva a un ritmo più alto degli interessi sul debito.

Naturalmente c’era chi non era affatto contento di questa situazione:

  • le banche, i cui profitti derivanti dagli interessi erano in calo; 
  • gli industriali, che dovevano cedere alle continue richieste di aumenti salariali dei lavoratori; 
  • i più ricchi in genere, quelli che facevano soldi con i soldi e che, a causa del deprezzamento del dollaro, erano costretti a liberarsi della valuta e a virare su beni rifugio.

Volcker era sensibile a queste istanze. Sui mercati era esplosa una frenetica corsa all’acquisto di oro, che rischiava di minacciare il predominio del dollaro nelle transazioni mondiali.
Alla fine del settembre del 1979, in pochi fecero caso a una dichiarazione congiunta tedesco-americana, successiva a un incontro fra Volcker e il cancelliere Schmidt, in cui si affermava che «un dollaro forte era nell’interesse di entrambi i paesi».
Il presidente della Fed si stava silenziosamente preparando a dichiarare guerra all’inflazione e a chiudere i rubinetti del denaro.
Circa una settimana dopo, Volcker annunciò l’improvviso rialzo dei tassi di interesse. Sarebbe passato alla storia come il “Volcker shock”.

La cura da cavallo produsse gli effetti voluti: in un paio d’anni i tassi d’interesse schizzarono oltre il 20% e l’inflazione scese sotto al 4%. Le classi benestanti avevano vinto. Ma la conseguenza principale fu una spaventosa recessione e l’impoverimento di milioni di americani.
Gli agricoltori, che per acquistare nuovi terreni avevano ipotecato tutto quello che possedevano, non riuscivano più a pagare i debiti con le banche. Da un giorno all’altro il valore delle loro terre era crollato. Iniziarono così a lavorare disperatamente sui campi, sottoponendosi a uno stress fisico e psicologico quasi insopportabile, pur di riscattare le ipoteche. Un milione di loro non ce la fece.
Le banche e le corporation agricole confiscarono le terre a prezzi stracciati. Diverse aree rurali, in cui la disoccupazione aveva superato il 15% e talora anche il 20%, sperimentarono una crisi persino più grave di quella provocata dalla Grande Depressione.

Con la recessione i contadini non persero, però, soltanto le loro terre, ma anche la casa in cui erano cresciuti, le loro radici culturali, la loro stessa identità. E, con essa, smarrirono anche il loro equilibrio.
Aumentarono i casi di violenze domestiche, i suicidi, il numero di consumatori di droghe. Alcuni agricoltori, tuttavia, non divennero violenti contro se stessi o la loro famiglia, ma cercarono all’esterno qualcuno su cui riversare la loro legittima rabbia.
Sempre più spesso i giornali riportavano notizie di coltivatori disoccupati che, dopo aver ucciso rappresentanti del fisco, funzionari di banca o agenti della polizia locale, si barricavano in casa con le armi, pronti a sparare contro gli sceriffi federali.   

In questo contesto esplosivo, le fila di certi gruppi estremisti, un tempo minoritari, s’ingrossarono rapidamente.

  • C’era il “movimento dei cittadini sovrani”, secondo cui gli americani avrebbero tutto il diritto di non pagare le tasse, di guidare senza patente o di non farsi rilasciare la carta d’identità, perché il Quattordicesimo emendamento, relativo alla cittadinanza, sarebbe un gigantesco imbroglio e il governo federale di Washington non avrebbe alcuna giurisdizione su di loro, ma solo su un’area di quindici chilometri quadrati attorno alla capitale. 
  • C’era il Posse Comitatus, che sostiene che le tasse siano gabelle illegali imposte ai bianchi dagli ebrei. 
  • C’era poi tutta la galassia dei cosiddetti “patrioti”, di frequente permeati di fondamentalismo cristiano e di letture apocalittiche della Bibbia, che vedevano nella crisi economica i segni dell’imminente attacco dell’Anticristo contro i fedeli. 
  • C’erano anche le organizzazioni razziste e neonaziste, alcune delle quali cominciarono ad armarsi in previsione di una guerra razziale che, per loro, sarebbe stata prima o poi scatenata da una cospirazione sionista mondiale.


Gli agricoltori, prostrati dal trauma della recessione, trovarono in questi gruppi la solidarietà sociale che la politica non era stata in grado di fornir loro. Ma, soprattutto, trovarono un capro espiatorio per le proprie disgrazie: la colpa era degli ebrei, dei banchieri internazionali, della massoneria, di organizzazioni elitarie e misteriose come il Bilderberg o la Trilaterale, che in qualche modo manovravano il governo e progettavano di instaurare un Nuovo Ordine Mondiale, un superstato planetario e dittatoriale.
Il complottismo rappresentò per loro una fede salvifica, la miracolosa spiegazione delle cause della loro sofferenza, e – cosa più importante – ridiede loro uno scopo: la sconfitta dei cospiratori che li avevano spossessati di tutto.
Le teorie del complotto si mischiarono così in un mix letale con la religione, il patriottismo, l’anticomunismo, il razzismo.

Ormai era troppo tardi perché i nuovi convertiti alla mitologia della cospirazione potessero tornare indietro, il virus era mutato. E poco importava che, in realtà, non esistesse nessun complotto, nessun piano segreto ordito in qualche stanza oscura nel mondo, ma che le vere ragioni della crisi andassero sì indagate negli interessi delle banche e della finanza.
Grazie al contenimento dell’inflazione e al rialzo dei tassi d’interesse, i denari di tutto il mondo furono nuovamente calamitati: nel successo del paradigma economico neoliberista (incarnato negli Usa dal presidente Ronald Reagan), fin dall’inizio degli anni ’80 furono liberalizzati i movimenti dei capitali, permettendo alle aziende di delocalizzare la produzione all’estero e di ignorare così le richieste degli aumenti salariali dei lavoratori.
Inoltre, arrivò a vertici mai prima raggiunti il sistema americano di finanziamento dei partiti, fondato sulle elargizioni dei privati  – con la conseguenza di esporre i partiti ai ricatti delle lobby e delle corporation.

La verità è che il complottismo si dimostrò una fantasia collettiva dal fascino irresistibile, e vi fu persino chi iniziò ad uccidere in suo nome. Nel 1995 Timothy McVeigh, un ex soldato plagiato dalla paranoia delle teorie della cospirazione, fece saltare in aria l’edificio federale Alfred P. Murrah a Oklahoma City, uccidendo 168 persone, perché credeva che gli ebrei avessero preso il controllo del governo e che bisognasse fermarli.
Oggi, nelle campagne americane, le ferite procurate da quella terribile recessione sono ancora aperte, e i figli continuano a credere nei complotti immaginati dai loro padri.
Secondo alcune stime del 2011, soltanto i “cittadini sovrani” sarebbero almeno 300 mila.
Inoltre, nei primi tre anni dell’amministrazione Obama, il numero delle milizie antigovernative e dei gruppi d’odio è cresciuto del 755%. Queste cifre, tuttavia, non considerano i milioni di simpatizzanti e sostenitori.

Ora stiamo nuovamente attraversando una crisi economica, probabilmente più pesante delle precedenti, e ancora una volta una banca centrale, la Bce, sembra unicamente preoccupata di mantenere l’inflazione sui livelli previsti, quando in realtà, come prevede il suo statuto, dovrebbe anche sforzarsi di garantire la piena occupazione, magari imitando le scelte della Fed negli Stati Uniti, che si sta adoperando per far calare la disoccupazione attraverso bassi tassi di interesse e una politica monetaria espansiva (cioè immettendo dollari).
Nel frattempo, nel solito confuso miscuglio di verità e menzogne, sono già affiorati i primi capri espiatori: l’euro, l’Europa, la Germania.
Se la politica non vuole assistere a una riedizione della follia nata dalla disperazione che colpì la Germania degli anni ’30 e gli Stati Uniti degli anni ’80, è bene che agisca prima che questi capri espiatori si definiscano ulteriormente e che il virus complottista muti inesorabilmente.

Jacopo Di Miceli
@twitTagli

Per approfondire:
– Joel Dyer, Raccolti di rabbia: la minaccia neonazista nell’America rurale, trad. it. Fazi, Roma 2002.

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