Come deve ripartire la Juventus: dagli insegnamenti di Berlino

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L’1-3 berlinese non deve deprimere né i tifosi bianconeri né, tantomeno, la dirigenza torinese. Che il Barcelona fosse più forte, si sapeva; che la Juventus potesse tener testa al proprio avversario con audacia, anche. Che ci riuscisse, però, era tutto da dimostrare.
La Juventus non deve però mancare di cogliere i segnali che giungono da questa finale. Se una lezione c’è, questa deve essere positiva ma severa.
Da dove ripartire, dunque?

Credo che sia importante guardare ai primi 20’ del secondo tempo, fino al gol di Suarez. Dopo un primo tempo sbiadito, la Juventus è rientrata in campo consapevole del fatto che il pareggio sarebbe stato possibile solo con un atteggiamento più offensivo e meno equilibrato.
Il centrocampo bianconero è parso per una ventina di minuti all’altezza di quello blaugrana e persino superiore.
Pirlo, sacrificato in una squadra tutta rannicchiata nella propria metà campo, ha preso a tesser alcune delle proprie consuete trame di gioco. La rete di Morata al 55’ è stato il giusto premio e il segnale che la Juventus poteva far male a questo Barcelona. Le occasioni di Tevez e Pogba e il mezzo rigore hanno confermato questa tesi.

Dal punto di vista tattico non era cambiato niente. Nel primo tempo il 4-3-1-2 allegriano ha sofferto i cambi di gioco perché il centrocampo in linea (a 4, con l’arretramento di Vidal) non sempre riusciva a chiudere gli spazi con i tempi giusti, mentre nel secondo il problema sono state le ripartenze: i gol di Suarez e Neymar sono arrivati in contropiede.
Il segreto dei successi catalani dell’ultimo decennio consta nello sviluppo di un meccanismo collaudato e automatico nel quale, se anche gli interpreti possono cambiare, lo spartito resta il medesimo. È ormai un mito il 4-3-3 con il quale gli allenatori delle giovanili catalane devono schierare le proprie squadre. Il concetto è chiaro: a Barcelona il calcio è soltanto uno e tutti devono saperlo giocare.

L’identità di gioco si basa su una sicurezza nei propri mezzi sconfinata. Non so se ci abbiate fatto caso ma i giocatori azulgrana non sembrano mai colti dal dubbio: di un possibile fallimento, della necessità di una modifica, di una correzione al loro passing&dribbling game.
Non sarebbe possibile eseguire un certo tipo di giocate – quelle ad alto, altissimo coefficiente di rischio: possesso palla in uscita dall’area, passaggi di prima nella propria metà campo, combinazioni a velocità supersonica nei pressi dell’area avversaria – se queste non fossero istintive e se i loro esecutori non fossero più che certi della riuscita.

Credo che la Juventus, in quei benedetti 20’, sia riuscita ad incrinare quel tipo di sicurezza. Il pareggio di Morata ha instillato il dubbio nei giocatori catalani; magicamente le distanze tra i reparti si sono allungate lasciando spazio alla riconquista palla del centrocampo juventino.
Non a caso Pogba, Pirlo e Marchisio hanno sensibilmente migliorato le loro prestazioni nel secondo tempo.
Dal 45’ al 68’ c’è stato un match intenso e – incredibile dictu! – equilibrato e la Juventus ha dimostrato di avere le carte per vincerlo.
Il 2-1 di Suarez ha chiuso virtualmente la partita e costringe la il club torinese a fare i conti con le proprie criticità, ma non cancella quanto di buono messo in mostra nella fase precedente.

Al contrario, fornisce le basi per un step successivo che si basa su un ringiovanimento della rosa (Dybala, Rugani, il duo del Sassuolo Zaza e Berardi sono ottime idee in questo senso) e sul definitivo recupero di un sistema e identità di gioco internazionali.
Anche in questo caso è bene tenere conto di una statistica: nelle ultime 10 edizioni, 8 (4 Barcelona, 1 Milan, Manchester Utd, Bayern Monaco e Real Madrid) sono state appannaggio di squadre che praticavano un gioco d’attacco e soprattutto, non attendista.
I successi di Chelsea e Inter sono, a mio modo di vedere, delle eccezioni.

Questo per dire che in Europa vince chi conduce il gioco, fa la partita e, al netto degli eccessi celebrativi nei confronti di chi vince, propone un bel calcio.
Alla Juventus non manca la tecnica di base per realizzare tutto ciò anche in Europa – che non vuol dire per forza il cosiddetto tiki-taka: si gioca a calcio anche in altro modo. Piuttosto, credo che la differenza sia da ricercare nella volontà e nella cultura calcistica.
I bianconeri non possono accrescere di molto la qualità di questa squadra mantenendo lo stesso stile (quello che in Europa ha spesso concesso il pallino agli avversari per poter agire in contropiede [1]): possono cambiare gli interpreti, ma va ammesso che attualmente, con Tevez, Pogba, Pirlo, Evra e Marchisio, la qualità è già alta, molto alta.

Il cambio deve essere costruito in termini di mentalità e attitude: se vogliamo meno attenzione all’equilibrio, e comunque pressing e recupero palla nella metà campo avversaria e più uomini in proiezione offensiva. Non mi pare un dettaglio di poco conto che, sempre tenuto conto delle ultime 10 stagioni, l’unico schema vincente sia stato quello con le tre punte, o a supporto di un centravanti vero (il Mandzukic del Bayern Monaco 2012/’13 o il Milito di Mourinho) o a loro volta supportate dall’inserimento di centrocampisti rapidi e abili tecnicamente (il Barcelona attuale come quello di 6 anni fa, il Real e il Milan di Ancelotti): insomma, 4-3-3 o 4-2-3-1.
Le mosse della società torinese sembrano propendere per un restyling sostanzioso all’insegna dell’europeizzazione, che non è un dato meramente etnico. La direzione è quella giusta.
Se la Juventus vorrà primeggiare in Europa sarà fondamentale il definitivo recupero di un’identità di gioco internazionale e il secondo tempo di Berlino dovrà esserne la base.

Maurizio Riguzzi
@twitTagli 



[1] Fateci caso: i gol di Morata e Tevez conto il Borussia all’andata e al ritorno (tranne l’1-0 di Dortmund), il rigore su Morata contro il Monaco e i gol contro il Real Madrid sono stati prodotti o da passaggi lunghi o da veri e propri contropiedi.

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