Cinema e critica: ho visto Gods of Egypt, e il suo regista non mi è più tanto simpatico

gods-of-egypt-poster-thumb.jpg

È un lavoro che non vorrei cercare. 
Come creativo, penso che dovresti “fare”. Questa è la sfida. Parlare del lavoro degli altri è strano. 
Perché non stai facendo qualcosa tu? 
E se non lo stai facendo, perché dovresti avere voce in capitolo per lamentarti di qualcosa finché non ti sei messo nei panni di un autore? 
 

[Ben Wheatley, regista – tra gli altri – di Kill List ed High-Rise ]

Questa è una frase tratta da un’intervista al signor Ben Wheatley, regista inglese e artefice di quel dannatissimo capolavoro che è Kill List (se non l’avete mai visto, onta e ignominia). 
Chi indovina a quale lavoro si riferisca Ben Wheatley? Dai, si vince una bambolina!
Nessuno? Okay, ve lo dico io. 
Ben Wheatley sta parlando del mestiere del critico cinematografico. 
E in questo periodo è in ottima compagnia. Tipo quella di un altro regista, Alex Proyas.

 

Avete presente quelle persone che non conoscete e probabilmente non conoscerete maima che vi stanno irrimediabilmente simpatiche? Ecco, a me capita spesso. 
Ad esempio, provo un’istantanea simpatia a pelle per Ignazio La Russa: non sto dicendo che potrei mai pensare di votare Fratelli d’Italia o considerarlo un politico credibile, ma ci andrei volentieri a prendere una birra insieme.

Della categoria fa parte anche il regista americano Alex Proyas, autore di film come Il CorvoDark City e Io, Robot e uscito recentemente al cinema con il discutibilissimo Gods of Egypt : un fantasy epico ambientato nell’antico Egitto dove divinità biondissime combattono contro Gerard Butler, mentre uomini e donne caucasici recitano nel ruolo di “nativi egiziani”, e compaiono giusto un paio di neri o mulatti sullo sfondo, tanto per fare un po’ di colore. 
Questa roba qui.

Appena ho visto il trailer di Gods of Egypt, il mio cervello e il mio cuore si sono disuniti in due direzioni ostinatamente contrarie; vi riassumo velocemente lo scenario. 

  • Cervello: questa è la più grande e gloriosa cagata che abbia visto dai tempi di Battaglia per la Terra con John Travolta. 
    Non posso perdermelo. 
  • Cuore: questo è l’ultimo capolavoro del maestro Alex Proyas, simpaticissimo guascone che ogni volta mi fa emozionare un sacco con i suoi film. 
    Non posso perdermelo. 

D’accordo, cuore e cervello sono poi arrivati alla stessa conclusione; la morale della favola è che mi sono visto Gods of Egypt da solo un mercoledì sera in una sala deserta, spegnendo il senso critico e sorridendo tantissimo alla prospettiva di due, gloriose ore di stupidità e mostri giganti in computer grafica. 

Tutto questo preambolo per farvi capire che io, ad Alex Proyas, ci voglio proprio bene. Pazienza se ha trattato un romanzo di Asimov come se fosse la sceneggiatura del figlio un po’ gnugno di Michael Bay. 
La gente si ricorda ancora di lui per Il Corvo, che era e rimane un film con tanti difetti ma tremendamente affascinante. 
Senza contare poi Dark City, che per quanto mi riguarda è un autentico gioiellino di hard Sci-Fi, pieno zeppo di idee rubate al migliore cyber-punk e alla fantascienza speculativa più interessante del secolo scorso. 

Io voglio bene ad Alex Proyas incondizionatamente, anche se della sua filmografia fa parte anche una roba come Knowing – Segnali dal Futuro: Nicolas Cage nel ruolo di uno stralunato professore di matematica che scopre una cospirazione aliena basata su un codice numerico che riesce a decifrare perché la sua tazza di caffè ha lasciato un segno sopra i numeri giusti. 
Non so se rendo l’idea.
Lo dirò un’ultima volta, prima di arrivare al punto: voglio bene ad Alex Proyas. 
Ma quando il tuo ultimo lavoro è direttamente responsabile per l’incursione di Nicolas Cage nel territorio del cinema di genere religioso, la gente si recherà a vedere il tuo film con qualche… legittimo preconcetto. 
Ad esempio, finirà per demolire senza pietà il tuo fantasy egiziano. 

All’inizio di questo pezzo dicevo che Ben Whitley era in ottima compagnia nella sua invettiva anti-critici: purtroppo, è il motivo per cui da oggi trovo Alex Proyas leggermente meno simpatico. 
Per quale ragione un cosiddetto artista, per quanto possa sentirsi amareggiato o frustrato da una valutazione arbitraria sul proprio lavoro, può sentirsi in diritto di rivendicare una sorta di “inattaccabilità” della sua creatività? 
Perché, oggi più che mai, la categoria “critico cinematografico” è odiata quasi quanto John Oliver ad un comizio di Donald Trump?  

 

 

La ragione è piuttosto evidente, e nel suo pistolotto di Facebook alimentato dall’ira, Alex Proyas finisce per evidenziarla quasi con lucidità: viviamo un’esistenza virtuale che ci intitola all’essere critici di chiunque e qualunque cosa. 
E questo non deve mai e poi mai essere considerato un male, ma solo un inevitabile segno dei tempi. 
Dai casi di Joss Whedon e Josh Trank, da Max Landis a Kevin Smith, il cinema del futuro ci insegna la piccola ma pesantissima lezione: parte del dibattito globale – di cui un critico fa parte – non coinvolge più l’accademia né postula un fantomatico tesserino da esperto, ma piuttosto riguarda Facebook e Twitter. 
Tanto più se il cuore del dibattito non è “l’Arte eterna e immortale”, ma un film in cui c’è Gerard Butler vestito da cretino che prende a sberle Jamie Lannister. 

Forse la fortificazione della “voce” del pubblico cinematografico generalista ha rovinato la professione del critico, ma quantomeno riduce e ridicolizza una parola che, personalmente, ho sempre detestato applicata al cinema: “artista”. Questo il ragionamento:

  • Forse i film di Alex Proyas e di Ben Whitley vengono “spernacchiati” online (“spernacchiare”, termine tecnico per “recensire negativamente”) in nome della volontà di seguire un trend, di associarsi alla voce più chiassosa e al coro più nutrito;
  • È senz’altro deprimente che i pochi pareri professionali di cui valga realmente la pena tenere conto vengano seppelliti sotto una marea di hashtag e trending topics; 
  • Ma è altrettanto vero che il cinema non va avanti a forza di opere d’arte: il cinema è un’industria fondata sul profitto e sulla soddisfazione di un bisogno primario, che è l’intrattenimento. 

A me, Gods of Egypt intrattiene; ma anche chissenefrega: quello che conta è che intrattiene pochissimi altri. Ad esempio, non intrattiene il 99% del pubblico, che ha causato un incasso americano di 14 milioni di dollari a fronte di un investimento di 140.
E non è certamente colpa della “liberalizzazione” della critica, o della possibilità che la propria arte non venga capita e difesa da un équipe di professionisti.
Il cinema deve essere trattato da industria per avere un senso: di solo essai siamo tutti morti.

Davide Mela

Segui Tagli su Facebook Twitter

Post Correlati

Leave a comment

Devi essere loggato per commentare.