Chi sale e chi scende dopo le primarie nel New Hampshire

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Dall’Iowa la campagna elettorale si è spostata in New Hampshire per la seconda tornata elettorale. Prima dell’elezione del 9 febbraio i concorrenti hanno avuto una settimana e un dibattito – uno repubblicano, uno democratico – per darsi battaglia.
Sul palco come sui social media non sono mancate le polemiche, le accuse, le alleanze di convenzienza. Ecco gli episodi topici di questa seconda fondamentale tappa.

CARSON E CRUZ: VOTI SPORCHI, VESTITI PULITI

Un affettuoso battibecco tra Carson e Cruz sul tema della frode elettorale in Iowa ha dato il via alla gara. Ecco i fatti: martedì 2 febbraio, alle 18.45 – cioè 15 minuti prima dell’inizio del voto – la CNN ha annunciato che Carson non sarebbe andato in New Hampshire bensì in Florida, a casa, per riposarsi.
Cruz non ha perso tempo per verificare la notizia: con tutti i mezzi a disposizione ha diffuso lo scoop: “votate per me, il ritiro del Dr. Carson è imminente!” Pochi minuti dopo, un portavoce di Carson ha negato tutto, ma ormai la frittata era fatta. Ma c’è di più. Il tweet di Carson ha regalato alla situazione una sfumatura decisamente grottesca: “Carson non si ritira. Sta andando a prendere dei vestiti di ricambio“. 

Va da sè che per qualche giorno i commentatori si sono scatenati sull’onda di questa dichiarazione surreale, e Twitter si è riempito di commenti sullo strano rapporto di Ben Carson con le lavatrici.
La disputa si è chiusa quando Cruz si è scusato in diretta durante il dibattito repubblicano; poi Carson ha chiuso le elezioni con un pessimo 2,3%. In pratica, un lieto fine per tutti.

Come se non bastasse la campagna di Carson è a rischio per la gestione un po’ fricchettona del suo staff, che si arricchiva alle spalle del candidato. In linea più generale, il comportamento strampalato di Carson continua ad assottigliare il suo consenso. La sua uscita di scena è inesorabile, ma c’è la speranza che sarà un evento spassoso.

 

TRUMP E BUSH: MAMME CONTRO IL TEMPO

La vicenda del malinteso – chiamiamolo eufemisticamente così – tra Cruz e Carson ha dato vita a un’altra polemica tra Cruz e Trump. All’indomani dei caucus, quest’ultimo si è scagliato contro Cruz in difesa di Carson. Il Trump dimesso e “buon perdente” dell’Iowa è durato meno di 24 ore, ed ecco di nuovo quello che conosciamo: feroce e sempre pronto a spingere un po’ più in alto l’asticella del “politicamente possibile”, dopo aver segato in due quella del politicamente corretto.
Il buon samaritano ha accusato il rivale di una truffa elettorale, invocando addirittura un replay dei caucus appena terminati. Ma la tenzone incipiente ha subìto un improvviso rinvio quando Trump è stato chiamato in causa da Bush sulla questione del meteo.

Dall’Iowa al New Hampshire la tempesta di neve era sempre la stessa e infuriava senza placarsi. Trump, non volendo rischiare, ha preferito posticipare il viaggio di un giorno. Jeb ne ha approfittato per far notare quanto poco coraggioso fosse Trump, mentre lui marciava nella neve a braccetto con mamma Barbara, novantenne, che lo seguiva senza sforzo.

Trump ha contrattaccato e nel giro di un tweet si è liberato di Bush:Il povero Jeb, la cui campagna sta andando disastrosamente, ha dovuto tirare in ballo sua mamma per darmi uno schiaffo. Not nice!”
Aggiungere altri argomenti, come il fatto che Bush ha speso milioni per un risultato sproporzionatamente cattivo (vero), è stato un esercizio puramente formale. Tirando dentro sua mamma, Bush ha rischiato di farsi sbattere fuori.

 

TRUMP E CRUZ: LA TORTURA È PER LE MEZZE CALZETTE

Col texano reso inoffensivo, Trump ha ripreso la guerra con Cruz, sicuramente il suo rivale principale nel breve termine: c’è solo un posto per un candidato anti-establishment, e uno dei due dovrà cedere.
Dopo le accuse via Twitter, Trump ha acquisito un netto vantaggio durante il dibattito. Qui ha dimostrato, a differenza di Cruz, di saper gestire l’animo del pubblico. Alla domanda sulla reintroduzione del waterboarding, infatti Cruz ha snocciolato una (fallace) definizione della tortura, facendo rientrare la pratica tra i metodi di “enhanced interrogation” (l’interrogatorio “rafforzato”). Il pubblico ha disapprovato sonoramente.
Trump ha dato una risposta anche peggiore – “non solo riporterei in vigore il waterboarding, ma anche una marea di altre cose” – ma giustificandola con il fatto che ora “la gente taglia teste, e non vediamo queste cose dal medioevo.”
L’argomento di pancia ha vinto, il pubblico ha applaudito: fine del primo round.

Cruz ha avuto l’iniziativa nel secondo round: ha attaccato Trump sull’eminent domain, la legge che permette al governo di confiscare un bene privato per ragioni di interesse pubblico. Trump è attaccabile su questo tema da due lati.
Il primo è ideologico, perché è fautore di un uso estensivo della legge, in aperto contrasto con il credo repubblicano (così come lo è su altri importanti temi: aborto, sanità pubblica, libero mercato).
Il secondo è personale: in un caso che fece scalpore in tutta la nazione, nel 1991 Trump abusò di questa legge per interesse privato, cercando (invano) di sfrattare la signora Vera Coking da casa sua per fare spazio a un nuovo casino ad Atlantic City.

Eppure Cruz non ha saputo sfruttare questa vulnerabilità durante il dibattito, e lo spot di satira-denuncia di Cruz è arrivato fuori tempo. Corroborato dalla performance sul palco Trump, il giorno seguente, non si è fatto problemi a chiamare Cruz “pussy” nuovamente riguardo alla sua linea morbida sulla tortura. Secondo round, seconda vittoria di Trump.

 

CHRISTIE E RUBIO: UN ROBOT NON PUÒ AVERE RESPONSABILITÀ 

Il dibattito repubblicano del New Hamphsire ha avuto diversi momenti frizzanti, alcuni sprazzi di umorismo e qualche frammento di cordialità tra i concorrenti. E poi gli 8 minuti in cui Rubio è stato spazzato via. 

Attaccato da Bush per la sua poca esperienza, Rubio ha iniziato il suo solito refrain – Obama sta deliberatamente cercando di cambiare il DNA degli Stati Uniti, le prossime elezioni sono nientemeno che un referendum sull’identità nazionale – ma Christie l’ha interrotto sollevando un punto molto semplice: Rubio, da senatore, non è mai stato responsabile nel senso in cui lo è un governatore.
Un senatore scrive proposte e le può ritirare senza conseguenze, proprio come ha fatto Rubio con la riforma della legge sull’immigrazione. Un governatore invece “ha la responsabilità di risolvere i problemi delle persone“.
Il colpo è andato a segno e Rubio è andato in corto circuito: non ha saputo ribattere, anzi ha iniziato a ripetere parola per parola il discorsetto imparato a memoria sulle nefandezze dell’amministrazione Obama.

È la seconda volta che Rubio cade in questa trappola: già durante la campagna in Iowa Christie, con l’album farlocco #Scripted, aveva ironizzato sulla sua capacità di rispondere a tre diverse domande con la stessa frase. Ripetendo clamorosamente l’errore in diretta Rubio si è scavato la fossa; il pubblico ha mostrato il pollice verso e Christie lo ha finito.
Per di più la pessima performance di Rubio è stata il culmine del suo momento peggiore: appena due giorni prima, Rick Santorum, che aveva dato il suo endorsement, non è stato in grado di menzionare un solo risultato politico conseguito da Rubio.

Seppellire il rivale è stata l’ultima eroica azione di Christie, che si è ritirato poco dopo le primarie. Ora lascia in eredità un bel ricordo come oratore e il nomignolo “RubioBot” che accompagna il senatore della Florida.

 

SANDERS VS CLINTON: RIVOLUZIONE VS PROGRESSISMO 

Tra i democratici il gioco è inevitabilmente più chiaro, con l’unico incontro in cartellone “Sanders vs Clinton”. I due si sono cordialmente scontrati a più riprese, ma dato che obiettivi e i programmi politici sono abbastanza simili, le differenze sono emerse su altri piani: il metodo e il contesto.

Per quanto riguarda il primo, la Clinton è un’incrementalista. Hillary conosce profondamente le dinamiche di Washington e vuole agire dall’interno del sistema politico per cambiarlo.
Sanders invece chiama alla rivoluzione: il sistema è troppo corrotto per potersi rinnovare autonomamente, l’unica soluzione è un intervento dall’esterno. Questa differenza di approccio ha generato, immediatamente dopo l’Iowa, una sterile disquisizione su chi fosse il più progressista dei due. Il bisticcio non ha aggiunto nessun contenuto reale, ed è stato a tratti penoso.

Il contesto, invece, gioca nettamente a sfavore di Hillary. In queste elezioni è chiaro che l’establishment, tanto quello conservatore quanto quello progressista, non è ben visto dai cittadini. Sanders si è avvantaggiato con intelligenza di questo clima politico, complice anche la debolezza di Hillary sotto questo aspetto; criticata per il cachet di 600.000 dollari ricevuto da Goldman Sachs per 3 discorsi, la Clinton non ha saputo dire niente di meglio che “era quello che mi hanno offerto“. 

È sorprendente che Hillary, dotata di una macchina politica senza eguali, finora non abbia saputo difendersi efficacemente dagli attacchi di Sanders. Anzi, quando Bill e Chelsea Clinton sono scesi in battaglia contro Sanders, la fragilità di Hillary di fronte a un candidato pugnace si è palesata ancor di più. E quando poi sono intervenute figure di spicco a perorare la sua causa da una prospettiva femminista, queste hanno sostenuto argomenti così assurdi che l’effetto boomerang è stato immediato.

Hillary sembra ancora sorpresa di dover lottare con un avversario come Sanders nelle primarie che avrebbero dovuto sancire la sua incoronazione. Quando perciò si è trattato di votare, l’impressione negativa che ha lasciato dietro di sé ha avuto un peso. 

 

CHI SALE E CHI SCENDE DOPO IL VOTO 

Sanders ha ottenuto un risultato anche superiore alle aspettative, con un netto 60,4% a 38%. Probabilmente gli elettori hanno percepito il momento di difficoltà della Clinton.
La paura di ripetere la parabola negativa della campagna del 2008, quando fu sconfitta dall’emergente Obama, sta azzoppando la sua campagna. Non è un caso che il democratico Dick Hartpoolian abbia detto che lo slogan di Hillary dovrebbe semplicemente essere “It’s my turn!. L’essere favorita, unitamente alla faccenda delle mail presidenziali che bolle ancora in pentola, sta indebolendo la Clinton, che forse per questa pressione non riesce a esaltare il pubblico.

Non ha questo problema invece Sanders, che conduce la sua campagna con la leggerezza che solo un outsider può sfoggiare: tra una partecipazione al Saturday Night Live e un duetto con i Vampire Weekend, il senatore del Vermont appare decisamente più autentico. La giornalista Elspeth Reeve ha perfettamente definito la formula della sua allure: He has a no-bullshit aura (non ha l’aria di dire cazzate). Questo sta dando i suoi frutti: dopo un ottimo pareggio in Iowa, Sanders ha conquistato in New Hampshire una vittoria indispensabile a proseguire la campagna.

Tra i repubblicani Trump ha stracciato Cruz e doppiato il secondo posto di Kasich (15,8%), che ha ottenuto un ottimo risultato. A seguire Bush e Rubio, e sotto la soglia del 10% Christie e Carly Fiorina, che si sono ritirati poche ore dopo.

Cruz, alla luce dell’ambiente sfavorevole, non ha sfigurato. Ma soprattutto rimarranno impresse le sue posizioni in politica estera, che consistono più o meno in ogni caso nel bombardamento a tappeto. Contro l’ISIS, in Iraq, in Siria: “Andiamo, uccidiamo e ce ne torniamo a casa. Il tutto con una supremazia aerea schiacciante“. Ecco finalmente qualcuno che porterà la fiaccola di queste ragionevoli dottrine diplomatiche, ora che Carson sta scomparendo dai radar. 

Rubio ha pagato la figuraccia del dibattito, per il quale ha chiesto scusa nel consueto discorso di ringraziamento. Dopo il buon risultato in Iowa, il New Hampshire era fondamentale per rincorrere Trump come paladino del partito conservatore; ed è invece stato la sua tomba, o quasi. Se prima la strada per la nomination era in salita, ora a Rubio tocca scavalcare un muro.

Kasich invece è stato premiato per la sua campagna moderata -o forse l’ha aiutato l’appoggio di Schwarzenegger?- e ha raccolto un importantissimo secondo posto: se Rubio continuerà a inanellare prestazioni negative potrebbe essere lui (più di Bush) il candidato “ufficiale” del GOP, nella speranza di ottenere un consenso allargato verso il centro.

Tutto dipende da come andranno le prossime due tappe. In vista del Super Tuesday del primo marzo, in cui voteranno contemporanemente 16 Stati, il Nevada e il South Carolina sono fondamentali per definire gli equilibri tra i candidati.   

Edoardo Frezet

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