Carletto, Mourinho e la Decima

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A Madrid, sulla sponda blanca del Manzanarre, c’è un’ossessione. La si può vedere ovunque, allo stadio, per strada, sulle magliette, sui volti e negli occhi dei tifosi. È la Decima.
Nient’altro che la conquista della Champions League numero 10, da aggiungere ad una bacheca che, tra competizioni nazionali ed internazionali, vanta ormai 77 trofei. O tituli, per meglio dire. Tradotta in numeri è quella coppa che in casa Real manca ormai da 12 anni.

Nonostante tutto, però, sor Carletto non sembra averci fatto caso. Da erede designato di Ferguson che lo voleva per il futuro del suo United, Ancelotti ha preferito raccogliere la pesante eredità dello Special One a Madrid e, un passo dopo l’altro, l’ha (ri)portato a Lisbona.
L’ha fatto alla sua maniera, tanta Champions e poco campionato, come negli anni di gloria del Milan che fu. E non è un caso se, a finale in tasca, il suo Real sia riuscito a sprecare il doppio matchpoint in campionato contro Valencia e Valladolid.
Sarebbe stata una bella accoppiata, Liga-Champions, che con la Coppa del Re già in bacheca avrebbe avuto pure il sapore di beffa per il suo predecessore.
Ma al sopracciglio di Ancelotti tutto ciò non interessava particolarmente, e al popolo madridista nemmeno. Entrambi hanno una sola cosa in testa, che a conti fatti è la stessa. E probabilmente è per questo che vanno d’accordo.

Proprio quell’ossessione con cui si è scottato lo Special One. Reduce dal Triplete con l’Inter, Mourinho si fermò direttamente a Madrid dopo la vittoria sul Bayern Monaco del 2010, ma non riuscì a scrivere anche “Real Madrid”, accanto a “Porto” e “Inter”, alla voce “Champions League conquistate” sui libri di storia.
Si fermò tre volte in seminale, ma fatale fu l’ultima, contro il Borussia di Klopp. E poco importa se interruppe il dominio del Barcellona nella Liga. Tanto al Camp Nou non c’era nemmeno più Guardiola in panchina.

Parlare di ossessione potrebbe quindi stupire il Carletto formato Real Madrid, e del resto anche il nome di Pep non gli dice nulla: nemico numero 1, anzi One, del suo predecessore, il Guardiola formato Bayern si è fatto travolgere dal pragmatico Real ancelottiano.
E al triplice fischio dell’Allianz Arena, mani in tasca e sopracciglio arcuato, il tecnico italiano sembrava dire “tutto qui?” guardando lo 0-4 risaltare sul tabellone dello stadio, mentre a un migliaio di chilometri di distanza Mourinho s’infrangeva contro la quarta semifinale consecutiva di Champions.
Piccole differenze, ma sostanziali, per riconoscere chi può diventare e chi no “allenatore galattico”.

Stefano Rosso
@twitTagli

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