Italica Noir – L’orrore delle Bestie di Satana

PROLOGO: I BOSCHI A MEZZANOTTE

Quando andiamo al cinema per guardare un film horror, o leggiamo un libro che racconta di mostri e vampiri, lo facciamo per spaventarci. E quella paura è un qualcosa di ricercato, di voluto. Proviamo una bizzarra attrazione nell’indurci spavento, paghiamo per qualcosa di inquietante e sgradevole per raggiungere il piacere perverso della suspense.
L’umano è un essere che sa essere strano.
È masochismo psicologico, e la maggior parte di noi ne è afflitto.
Siamo incuriositi dall’orrore. Siamo morbosi.
In cuor nostro però, quando siamo assorti nelle pagine di un romanzo spaventoso o saltiamo sulla sedia del cinema nel momento in cui sullo schermo compare all’improvviso l’assassino con l’accetta, siamo rassicurati da un aspetto: si tratta di fiction, è tutto finto; ma dai, non vedi che quel sangue è ketchup?

In questo caso invece, no.
Le Bestie di Satana furono un gruppo di giovani assassini che vissero di atrocità a cavallo di due millenni. La storia vera qua narrata non è adatta ai lettori più impressionabili.
Di seguito, i fatti.

bestie di satana - italica noir

CAPITOLO I: L’EREDITARIETA’ DEL MALE

“«Se il diavolo non esiste, ma l’ha creato l’uomo, l’ha creato a sua immagine e somiglianza»
Fëdor Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”

In un angolo di Trezzano sul Naviglio, cintura di Milano, Maddalena Russo e Corrado Leoni sono assieme in macchina e litigano forte. Lui non vuole arrendersi al fatto che la donna, ex-cantante di night, lo voglia lasciare definitivamente. È stufa di quell’uomo mattoide, pericoloso, nullafacente e approfittatore, che ha vissuto per mesi con lei, usando i soldi che Maddalena si guadagna onestamente con il suo negozio.
Ha fatto male Maddalena a seguire Corrado quella sera di fine estate in quel posto isolato. Nessuno può vederli né sentirli.
Corrado Leoni impazzisce d’odio. Il Male lo prende.
Trascina la sua ex in un prato.
Scocca la mezzanotte di venerdì 13 settembre 1985.

Non è più un uomo ma mostro, massacra Maddalena con una ferocia disumana, a pugni in faccia. Il pestaggio omicida è cosa lunga e terrificante. La finisce levandosi la cintura dei pantaloni per strangolarla tra i cespugli. Non si ferma ancora la sua furia, la bestia non è sazia.
Infierisce senza placarsi sul corpo ormai privo di vita della donna, sembra che voglia ridurla in poltiglia sull’erba in quella maledetta notte di Trezzano. I medici dell’autopsia pensano che a far tale scempio sia stato un assassino armato di grosse pietre. Si sbagliano, Corrado Leoni ha usato solo le sue mani per sfondarle in tal modo il volto.
Lo prenderanno quasi subito, le prove contro di lui sono schiaccianti. Non vi è dubbio alcuno sulla paternità del brutale assassinio.

I dubbi, semmai, sono sulla capacità di intendere e volere del soggetto, in passato già ospite di ospedali psichiatrici. Interessato di esoterismo, asserisce di far parte dell’organizzazione spirituale “Om Sai Ram”, pacifica e meditativa, dichiarazione che stride con la sua personalità violenta e psicopatica.
Veste sempre e solo di nero, recita litanie incomprensibili, in casa tiene oggetti strani, amuleti, pendagli, teschi, e gli amici affettuosamente lo hanno soprannominato “Satana”.
Il destino di Corrado “Satana” Leoni, bestia di Trezzano sul Naviglio, è una cella del manicomio criminale di Castiglione delle Stivere.

Passano anni. È il nuovo millennio, il terzo dalla nascita di Cristo, secolo XXI.
Alcuni poliziotti pescano un ragazzo grande e grosso mentre deambula storto sui binari della metropolitana di Milano. Biascica lingue sconosciute ai sobri, è agitato, dice cose senza senso.
È strafatto, ubriaco fradicio da strizzare, e alla sbronza ha aggiunto una generosa fumata di hashish.
Gli agenti lo riaccompagnano a casa prima che possa farsi male seriamente, sotto le ruote di un treno di periferia. Confida che soffre e che voleva suicidarsi per la perdita della sorella e del padre a distanza pochi mesi l’uno dall’altro.
Sulla carta d’identità illuminata dalla torcia del poliziotto, il nome del giovane ubriaco e apprendista suicida è Paolo Leoni.
È figlio di Corrado
, il “Satana” di Trezzano.
Il Male si può ereditare?

CAPITOLO II: BLACK METAL

“«Se una persona non ci sta con la testa può essere spinta ad uccidere da un disco ascoltato, ma anche da un film visto in televisione, dalla rottura con la fidanzata… da tutto!»
Jeffrey John “Jeff” Hanneman, chitarrista degli Slayer

Un passo indietro nel tempo, torniamo nel millennio antico e nel secolo vecchio.
Tra il 1996 e il 1997 si forma un gruppo di amici nell’hinterland milanese. Vengono dalle cittadine dei pendolari e dai paesoni della nebbia: Busto Arsizio, Dairago, Corsico, Legnano, Somma Lombardo, Brugherio; provincia milanese, varesotta e monzese che si cinge attorno alla grande metropoli del Nord, spesso anonima, piatta, afosa d’estate, fosca d’inverno. Autostrade, campi gelati, capannoni industriali, villette, noia, grigio.
I ragazzi s’incontrano nel fine settimana alla fiera di Senigallia, storico mercato delle pulci meneghino vicino alla darsena dei Navigli, o al parco Sempione; son giovanissimi, la loro età va dai quindici ai vent’anni. La passione che li accomuna è un collante per unirsi in una compagnia riconoscibile a vista.

Amano tutti la musica metal, nella sua derivazione più estrema, thrash e death americano – Slayer, Dark Angel, Deicide, Cannibal Corpse, Obituary  – ma anche black, ovvero il limite ultimo e poco udibile della galassia heavy – Mayhem, Immortal, Impaled Nazarene, Marduk.
D’influenza scandinava, il black metal si esprime con suoni distorti e testi disturbati, veloci percussioni di batteria e voci disumanizzate, dall’oltretomba: urla sinistre, suoni gutturali, lamenti malati. Sul palco non cantano ma piuttosto gridano a squarciagola satanismo e paganesimo: la musica di demoni dai gusti pessimi.
C’è chi la considera una porcheria e c’è a chi piace. La maggior parte degli appassionati del sotto-genere sono persone piuttosto eccentriche ma di certo non delinquenti psicopaticiDe gustibus, non è la musica a fare il diavolo, ma sono gli uomini a compierne la volontà.
Dopotutto cos’è che ascoltava il crudele Alex De Large per ispirarsi all’ultraviolenza in Arancia Meccanica? Ah, già, ascoltava l’eterno sublime Beethoven…

Nella cerchia di amici ci sono Nicola Sapone, Paolo Leoni, Mario Maccione, Eros Monterosso, Marco Zampollo, Andrea Volpe, Pietro Guerrieri, Fabio Tollis, Andrea Bontade, Chiara Marino e altri personaggi secondari, conoscenze di passaggio o usciti dal gruppo prima del tuffo nell’abisso del non ritorno, come Massimino Magni, un ragazzino infatuato per un breve periodo adolescenziale dalle tenebre.
Non ascoltano solo musica, ma la fanno o tentano di farla.
Alcuni di loro suonano, girano in vari gruppi.
Maccione, Magni e Tollis, tutti minorenni, mettono su un’orchestrina, fondano il loro complessino. Si chiamano i Ferocity, incidono qualche brano e si esibiscono  a scuola, ad una festa dell’Unità di Mezzago, e al pub Midnight di Via Altaguardia a Porta Romana, covo milanese di metallari borchiati dal rutto libero.
Sono amici, all’inizio di questo noir settentrionale. Assieme mutano in banda di teppistelli, e da piccoli vandali di cimiteri sceglieranno d’involversi in bestie.
Un branco di animali.

Le Bestie di Satana: foto di gruppo.
Le Bestie di Satana: foto di gruppo.
CAPITOLO III: IL DIAVOLO PER AMICO

“«Monterosso disse: “Questa è una setta e da qui non si può uscire tranne che da morti”»
Pietro Guerrieri, Bestia di Satana

I ragazzi scherzano con il fuoco. Fanno giochi pericolosi. Si ossessionano al satanismo, di cui conoscono appena un’infarinatura decisamente superficiale, buzzurra, superstiziosa, ignorante.
È estetica truce più che altro, ci appare come atto estremo di ribellione verso il mondo dei grandi, contro la gente per bene, le consuetudini borghesi, la società nel suo complesso.
C’è misantropia, asocialità, disagio, noia, nichilismo, odio, desiderio di porsi contro tutti, un’emarginazione volontaria dal resto del mondo.
Il gruppo si chiude sempre più a riccio per un esilio volontario lontano dalla normalità e dai normali. Prende forma un abbozzo di quella che vorrebbe essere, nell’intenzione dei membri, una setta.

Consultando il ricco materiale online fornito dal torinese CESNUR – Centro Studi Nuove Religioni del Professor Massimo Introvigne, si apprende come sia corretto suddividere il satanismo moderno in un due filoni distinti:

  • Il satanismo degli adulti. Riconducibile a gruppi ristretti, nascosti e normalmente non coinvolti a fatti di cronaca.
    Esistono nel mondo varie chiese, templi, congregazioni che, in un mix molto eterogeneo di pensiero e pratiche, sono riconducibili ad un culto del Diavolo.
    Ma non pensiamo a messe nere, blasfemia gratuita, pozioni stregonesche e scope volanti nel deretano: spesso gli adepti a tali sette adottano Belzebù come simbolo, un punto di partenza per originali correnti filosofiche, una branchia di conoscenze esoteriche, una ribellione alla morale cristiana e ricerca di conoscenza e libertà assoluta.
    Satanismo gnostico, razionalista, luciferiano, tradizionalista, occultista… sub-religioni o circoli spirituali dove credi e liturgie sono difficili da decifrare per chi non ha una conoscenza approfondita sull’argomento e i cui riti sono bizzarri e talvolta inquietanti e perversi, ma innocui.
  • Il satanismo dei giovani. Il pericolo è qua.
    È pericoloso perché difficile da censire e quindi da controllare come fenomeno, e perché influenzabile negativamente da tutta l’estetica horror e i cliché stregoneschi che il satanismo fai da te porta.
    Fumetti/film/musica/libri letti male, per intenderci.
    È superstizione, ignoranza, magia del sabato sera. Viene definito come satanismo acido o selvaggio, ed è improvvisato e ornato di tutti quei tipici oggetti macabri come teschi, croci rovesciate, altarini neri e paccottiglia varia.

Oso e definisco ancora un sottogenere rientrante in questa tipologia. Secondo me potrebbe esser calzante la definizione di “satanismo coglione“, per tutti quei citrulli impressionabili che vengono circuiti da cialtroni e truffatori mascherati da sacerdoti del Demonio il cui movente è il denaro o il sesso.
Anche il sesso è una componente fondamentale nel satanismo, anzi son convinto che “la fede” passi in secondo piano.
Non il sesso sfrenato, libertino, con tutti e tutto, come ritualità per avvicinarsi a Satana, bensì l’opposto, ovvero Satana come pretesto per ammucchiarsi in libertà e dar sfogo ad istinti. Un gioco erotico “di società”, dark, estremo e dai toni sadomasochisti.
La credenza religiosa del Male viene ridotta ad un’eiaculazione su crocefissi e ostie in seminterrati di periferie sociali e culturali, in compagnia di casalinghe annoiate e patetici stregoni erotomani.
Ma non corriamo anche il rischio opposto, ovvero nel minimizzare e sottovalutare troppo il fenomeno, perché chi ostenta l’appartenenza a qualcosa di malvagio, più di altri è incline a commettere quel qualcosa di malvagio.
L’adoratore del maligno nelle sue farneticazioni commette barbarie contro animali, torturando ed uccidendo ad esempio gatti neri.
In casi rarissimi ed eclatanti si spinge a compiere sacrifici umani.
È il caso delle Bestie di Satana.

 

 

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Torniamo dai nostri metallari sulla strada della pazzia. Paolo Leoni detto “Ozzy” è ossessionato dall’occulto, è carismatico e ha un ascendente su gli altri. Un episodio interessante sull’inizio della discesa negli inferi, è raccontato da Pietro Guerrieri detto “Wedra” (dal nome della pietra usata come filtro del cilum, antico strumento per fumare, amato da generazioni di consumatori di cannabis e affini).
La sera che conosce il resto del gruppo, viene invitato a casa del Leoni e fa sesso con una ragazza. Se la fa davanti a tutti, che rimangono a guardare. Dopo, Leoni gli attacca bottone su riti, su messe nere, sull’invincibilità che si può ottenere credendo e servendo il Diavolo.
Mentre gli parla, Wedra scoppia in lacrime, si sente male.
Scappa via, in strada, ha una crisi incontrollabile, grida come un matto per più di un quarto d’ora tra i palazzi popolari.
Non sa spiegarsi il perché di quel raptus.

Sulle panchine del Parco Sempione o sui tavoli umidi di birra del Midnight si esaltano con discorsi malati, sproloquiano di cannibalismo, necrofilia, di vendette. Giocano, fanno i gradassi con le tenebre, ambiscono a far paura al prossimo.
Scelgono la barricata su cui stare, scelgono il Male.
Lo manifestano con la maledizione, la cattiveria, l’amoralità totale, nel gusto perverso a provocare dolore nel prossimo. Ecco, questi brutti ceffi in fasce e allo sbando, involontari ci forniscono chiavi di lettura e spunti per riflessioni profonde.

Il Male, ma cos’è? Per i ragazzacci in vena di emozioni radicali il Male è l’odio assoluto – e in questo diamo loro atto, poiché centrano in pieno il bersaglio, raggiungendo la radice più profonda del significato del contrario di bene.
Odio ergo sum.
Disegnano stelle a cinque punte su pavimenti di costruzioni abbandonate, in casolari isolati, in una cappella della Tenuta Invernizzi di Vignate, o al rudere della fabbrica Ristal di Brugherio.
Usano candele nere, su cui incidono i nomi di coloro ai quali augurano il peggio. Inventano liturgie demoniache, mescolano spiritismo allo sballo e all’ipnosi, fanno orge.
Si battezzano con nuovi nomi, forgiati dalla fantasia dei loro inferi celebrali. Maccione è “Ferocity”. Zampollo è “Kill”. Monterosso è “Kaos”. Leoni è “Evol”. Sapone è “Onussen”. Magni è “Putiferio”. Tollis è “Daemon”. Volpe è “Isidon”. Guerrieri è “Lioz”.

Durante queste sessioni satanico-spiritiche, alcuni demoni entrano dentro il corpo di Mario Ferocity, come dichiara lui stesso in un verbale d’interrogatorio. Queste entità dell’inferno si chiamano Noctumonium, Mortiferium Feroce, Sataemonium Delirium, Mortyfugo, Gelimero.
Curioso, sono gli stessi nomi usati come titoli nella bozza di album del gruppo musicale Ferocity, dove alcune delle Bestie si cimentavano.
Deliri, che se non avessero avuto quel sanguinario sbandamento, sarebbero considerati solo un ridicolo gioco di ruolo per teppaglia in vena di scherzi pesanti.
Purtroppo è peggio.
È il voodoo lombardo. Varesotto daemonicus.
Trovano un nome alla cosa, loro saranno le Bestie di Satana.

CAPITOLO IV: IL DEGENERO

“«Il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini»
Karl Kraus,  Pro domo et mundo

Maccione fa la voce posseduta, alza le braccia, strabuzza gli occhi, fa le smorfie. Lo spirito malvagio Sataemonium Delirium in lui ordina: «Fate abuso di droghe».
Non se lo fanno ripetere due volte.
È un banchetto stupefacente protratto per mesi, per qualcuno anni, una nebbia perenne di alterazione della mente e della volontà.
Un grande cocktail di alcool, hashish, marijuana, LSD, mescalina, funghi allucinogeni, cocaina, e per Volpe anche eroina: le delizie di lucignoli squilibrati che vogliono essere mangiafuoco.
Si dice di un calice di bronzo, colmo di alcool etilico corretto acido lisergico e mescalina da cui tutti gli adepti devono bere. È la pozione magica dei neo-stregoni, per mettere al rogo i propri neuroni e avvicinarsi alle forze sotterranee.
Ci sono prove di forza. Ad ascoltare Andrea Volpe sarebbero pratiche perverse dove i capi come Sapone e Leoni proverebbero piacere nel sottomettere gli altri gregari. Sputi, bruciature, umiliazioni fisiche e psicologiche.
A dare credito alla deposizione di Wedra Guerrieri invece, sarebbero sceme gare collegiali come bersi alla goccia un litro di birra e poi fare le capriole per terra senza vomitarsi addosso (voi da casa non fatelo eh, che poi rovinate il tappeto).

In realtà ci sono tutti e due gli aspetti, l’uno l’antitesi dell’altro: la divertente idiozia giovanile in comune a quasi tutti i ragazzi, e la ripugnante celebrazione di sadismo e di dolore nel prossimo.
Una notte usano le braccia del sedicenne Fabio Tollis come posacenere mentre Ozzy Leoni gli morde il collo serrando eccitato le fauci.
Ci prende gusto il vampiro di Corsico a veder soffrire. Per gli inquirenti, Ozzy ha un ruolo di primo piano nella vicenda, in qualità di manipolatore, violento, rissoso e fanatico di Satana.

Occhio ragazzi, ora il brutto gioco dettato dalla noia si fa crimine. La banda che si elegge a setta, si gerarchizza, vi è un vertice dove siedono i più spregiudicati e i più cattivi che sono Sapone, Leoni, Volpe.
L’oracolo nero di Brugherio, Mario Ferocity Maccione, è rispettato dal gruppo per la sua presunta capacità di cadere in trance.
Sotto, stanno tutte le altre bestie di Satana minori.
Viene fissato un comandamento fondamentale. Nessuno può uscire dalla setta da vivo.
Chi sbaglia paga, chi tradisce muore.

CAPITOLO V: BALLANDO CON LUCIFERO

“«Se danzi con il diavolo, il diavolo non cambia. È  il diavolo che cambia te»
Max California (Joaquin Phoenix) in “8mm – Delitto a luci rosse”

Le arie da bulletti si fanno solide minacce; il branco muta pelle, si trasformano in una nuova specie animale, da scimmie strafatte diventano iene deliranti.
Non si scherza più, si sono bruciati. L’unica donna ammessa nel gruppo, Chiara Marino, completamente soggiogata, diviene l’oggetto sessuale pressoché di tutti.
Se la scambiano, la molestano, la usano in rapporti affollati. Fabio Tollis, da sedicenne quale è, dunque giustamente curioso di qualunque cosa concerni il sesso, non si tira di certo indietro con Chiara, e forse si prende una bella cotta.
È probabile che nascano gelosie.

Chiara Marino, vittima delle Bestie di Satana
Chiara Marino, vittima delle Bestie di Satana

La ragazza è il bersaglio prediletto di angherie, nella superstizione medievale delle Bestie, lei rappresenta la “Madonna”, dunque il bene da scacciare. E poi si viene a sapere che riceve dall’assicurazione una certa somma come rimborso di un incidente; c’è il sospetto che a qualcuno quei soldi facciano gola e che voglia impossessarsene.
Quando è chiaro l’allontanamento della Marino dal branco, decidono la sua condanna a morte.
Dalla setta non si esce da vivi.
Organizzano un delitto. Leoni riesce a riavvicinare la ragazza, mentre Maccione, Guerrieri, Volpe e Sapone acquistano valium ed eroina. In auto, la imbottiscono di sonnifero con l’idea, una volta priva di sensi, di farle un buco mortale al braccio.
Vorrebbero spedirla al Creatore per overdose e abbandonarla sulla strada. Una pattuglia dei Carabinieri rovina il piano, dal finestrino buttano via tutto.
Sarà per la prossima volta.

Non demordono. Questa volta però, vogliono fare in modo di colpire anche Fabio Tollis. Il ragazzo è stato giudicato colpevole dai suoi “amici” perché ha tentennato durante il primo tentativo d’omicidio, perché gli altri temono un suo distacco e perché non si fidano di lui.
Hanno paura che possa tradirli.
Il secondo tentativo ha dei risvolti ridicoli. Il piano, su proposta di Pietro-Wedra Guerrieri, è improvvisato, ingenuo e stupido. La notte di capodanno del 1998, tutta la banda al completo si reca nel parcheggio della discoteca “Parco Acquatica” di Milano per fare festa.
Maccione convince Chiara ad appartarsi nella macchina di Guerrieri con Tollis, per regalargli la sua prima volta, Fabio è infatti ancora vergine. I due accettano, Fabio e Chiara ci danno dentro nel sedile posteriore del catorcio di Guerrieri, scelto come pira a quattro ruote.

L’auto è imbottita di grossi petardi e bombe carta. Mentre le sospensioni vanno su e giù, Ozzy e Wedra si avvicinano all’alcova della coppietta per infilare un botto nel tubo di scappamento per poi darsela veloci a gambe e godersi un’esplosione da film e ammazzare i due traditori.
Appunto, son cose che capitano nei film. La vettura non esplode, ma prende fuoco lenta, piano piano. Le due vittime scampate all’autobomba dei somari satanici scappano dal pericolo mezzi svestiti e con le braghe calate, ma vivissimi.
Il piano criminale di quel genio del male di Wedra Guerrieri, demone fattone, fa acqua da tutte le parti.
Non ci saranno ulteriori fallimenti.

CAPITOLO VI: IL BOSCO DI SOMMA LOMBARDO

“«Lì c’è stato anche un attimo che praticamente tra di noi a momenti ci ammazzavamo»
Andrea Volpe, Bestia di Satana

Gennaio 1998, i leader studiano il delitto perfetto. Decidono ruoli, orari, alibi. Nessuno si drogherà, questa volta le cose vanno fatte bene, da lucidi.
Definitivamente.
Trovano il luogo adatto, è un punto del bosco di Somma Lombardo, non lontano dal Santuario della Madonna della Ghianda. Un sentiero penetra nel profondo della foresta di felci e castagni e Wedra, Volpe e Bontade scavano una fossa.

La sera del 17 gennaio, condannati e boia partono dal Midnight. Chiara e Fabio, ignari, salgono in macchina con Sapone, Volpe e Maccione. Ad aspettarli nel posto ci sarebbe dovuto essere Bontade, ma se l’è fatta sotto, ha dato buca.
«È un traditore!», sentenziano a bassa voce i carnefici.
Mentre cammina verso la sua tomba, Fabio ha un presentimento: «Mi sento che devo morire stasera».

Nicola Sapone parte addosso a Chiara, con un pugnale. Fendenti, uno dietro l’altro. Maccione e Volpe si occupano di Fabio che nonostante la giovane età, è grande e grosso, una preda più difficile.
Sotto i castagni di Somma Lombardo è l’orrore.
Grida bestiali nell’oscurità del bosco. È un’orgia di sangue.
«No! No! Perché?» urla Chiara in terra, ricevendo un diluvio di coltellate. Volpe pugnala Tollis e Maccione lo tira giù tra le foglie, usando una mazzetta da cantiere con cui gli molla martellate alle ginocchia. Sono attimi feroci e concitati, Mario Ferocity si apre una mano urtando la lama del suo collega assassino e poi s’accanisce senza pietà con il  martello.

La morte eccita le belve; picchia la faccia di Tollis con decine di colpi e gli  spappola il cranio, imbrattando la faccia di Volpe. Non si ferma più, il poco raziocinio è sparito.
Non sono esseri umani. Tra quei corpi in agonia, sventrati da una furia cieca e spaventosa, basterebbe tanto così che anche gli stessi assassini si farebbero fuori a vicenda, in balia dei loro demoni, drogati questa volta non da sostanze stupefacenti, ma dal fiume di sangue.
«Basta, basta».
Lo devono fermare, Maccione non capisce più nulla.

Sapone ha messo talmente tanta forza con il coltello, che la lama gli si è spezzata dentro la carne della vittima. Gettano il corpo di Chiara nella buca. Fabio è stato massacrato, pugnalato in più punti e con le ossa del volto frantumate, ma non è ancora morto, rantola.
«Stai zitto».
Nicola prende un riccio di castagno e glielo infila in gola, per farlo tacere. Buttano nella fossa pure lui.
«Lasciate fare, il tecnico sono io».
Sapone è il più determinato dei tre e scende nella buca con la lama che gli passa Andrea. Li sgozza.

«Zombie! Ora siete solo zombie!»

Balla sulla tomba l’indemoniato, si sbottona la patta, firma l’impresa pisciando addosso ai cadaveri, bagna una sigaretta con il sangue e se la fuma di gusto. Mario, con la mano ferita, fuma anche lui, e ridacchia accucciato.
Finiscono il lavoro, li seppelliscono. Sulla strada del ritorno, Sapone infila una musicassetta nell’autoradio. Beethoven, Nona sinfonia.
La maestosa blasfemia di Kubrick non è passata ancora di moda; l’accostamento del genio musicale all’ispirazione dell’ultraviolenza ha ancora i suoi seguaci, non nelle pagine del libro di Burgess o nella pellicola visionaria e distopica, ma nella vita vera, a Somma Lombardo.
Una macchina procede in strade nebbiose e poco illuminate della provincia milanese e dentro tre assassini ascoltano assorti l’ Inno alla Gioia.

Chiara Marino e Fabio Tollis, in un momento di Chi l'ha visto?
Chiara Marino e Fabio Tollis, in un momento di Chi l’ha visto?

Dopo alcuni giorni, torneranno sul luogo del delitto con ammoniaca per coprire l’odore di decomposizione che sale dal terreno. Quando raccontano al resto del branco quel sabba da macellai, ridono tutti.
Sghignazzano.
Ipocriti e infami, frequentano la famiglia Tollis, per offrire conforto ai genitori dell’amico scomparso, per dare appoggio nelle ricerche, per spiare le indagini stanche e svogliate nel caso di due ragazzi svaniti nel nulla. Dieci giorni dopo il massacro, va in onda una puntata di “Chi l’ha visto?”. Intervistano anche i vecchi amici del Midnight, che recitano davanti alle telecamere.

Maccione: «Abbiamo mangiato fuori prima di venire al Midnight… una pizza… era tranquillo, tutte e due tranquilli…».
Leoni: «O si stanno divertendo in un modo allucinante, oppure boh».

Oppure boh.

Dopodiché mantengono la parola che si son dati per la questione Bontade; deve pagare per esser stato codardo e non essersi presentato all’appuntamento con l’orrore. Come un martello sulla debole psiche del ragazzo, lo molestano senza tregua per settimane, lo trattato come un escremento umano, lo umiliano, lo terrorizzano, gli offrono bicchieri velenosi: di nascosto sciolgono acidi lisergici per fargli fare i peggiori trip della sua vita.
È assillo, tortura psicologica.
I demoni gli sono attorno e gli sussurrano che la sua vita è inutile.

«Se non lo fai tu, lo facciamo noi».

Una notte, Andrea Bontade spinge la sua macchina ai 180 chilometri orari, al massimo. La sua corsa finisce contro un muro. Non vengono rilevati segni di frenata.
Sospetto. Si guardano tra loro le Bestie, guardinghe.
Paura.
Si crea un cerchio omertoso dettato dal terrore.
Nessuno parla.
Passano sei anni.

CAPITOLO VII: IL BOSCO DI GOLASECCA

“«Abbiamo assunto stupefacenti per due giorni. Erano due giorni che non dormivamo. Cocaina, eroina insieme al Tavor»
Andrea Volpe, Bestia di Satana.

Natale 2003.
Una nuova condanna a morte è pronunciata. Mariangela Pezzotta, l’ex fidanzata di Volpe, deve morire per mano di Andrea. Forse lei sa qualcosa; Andrea e Mariangela, anche se non stanno più insieme, non hanno mai smesso di sentirsi e vedersi.
Volpe vive in compagnia della sua nuova ragazza, Elisabetta Ballarin, in un brutto chalet nel bosco di Golasecca, non lontano dalle rive del Ticino, isolati da tutto e da tutti. In lontananza si sente il rumore degli aerei che arrivano e partono dalle piste di Malpensa. È la sera del 23 gennaio 2004, il compleanno di Mariangela. Andrea chiama la sua ex al telefono e con la scusa di una videocassetta da rendere, la invita nello chalet. Lei, incauta, accetta.

La coppia Ballarin-Volpe accoglie la vittima nel caos di casa loro; c’è disordine, bottiglie vuote, immondizia, un serpente in una teca e segni di un festino iniziato chissà da quanto. Fiamme di candele nere bruciano sul tavolo.
Bevono spumante in compagnia della festeggiata. Andrea, che non dorme da due giorni, manda Elisabetta in cucina a preparare “il caffè”. La miscela speciale “selezione Volpe” è speedball, ovvero coca ed ero mischiate assieme da sniffare in botte alchimiste. La cocaina frenetica che tutto velocizza si mischia esplosiva all’eroina che invece tutto seda. Il cuore va sulle montagne russe, prima il battito cardiaco aumenta e vola alto, per poi frenare all’improvviso e rallentare nella nebbia oppiacea.
Speedball, lo yin e yang dei narcotici.

Quando Elisabetta li lascia soli, Andrea e Mariangela attaccano a litigare. Nella casa nel bosco ci sono anche armi da fuoco.
Un fucile da caccia, e un revolver che la stupida Bestia di Satana maneggia come dentro un film western. Parte un colpo! Le spara in gola! Mariangela è a terra, agonizza sul pavimento.
Andrea è fuori di melone, lordo di alcool e sostanze, va nel panico. È bastato un istante solo, necessario a premere un grilletto di pistola, a far iniziare un nuovo incubo. Chiama l’amico killer Nicola Sapone perché è successo un casino! E mentre aspettano l’aiuto dell’altra Bestia, la coppia tenta di distrarsi sniffando e ingollando Tavor per tranquillizzarsi, non riuscendoci.

Andrea Volpe ai tempi delle Bestie di Satana
Andrea Volpe ai tempi delle Bestie di Satana

Arriva di gran carriera il compare di fossa e pugnale, e caricano Mariangela su una carriola per portarla fino nella serra fuori in giardino. Una civetta da un ramo guarda quei miserabili arrancare inciampandosi, sono occultatori di cadaveri questa volta maldestri. Nel capanno, hanno una sorpresa. Dalla bocca della Pezzotta esce del vapore.

«Mariangela è viva, è viva!».

Sapone guarda con disgusto il suo socio: «Mi fai schifo, non sei stato nemmeno capace di ucciderla».
Ci pensa lui, il boia più risoluto tra tutti i ragazzi del branco, a darle il colpo di grazia a badilate in testa. Volpe dà di matto, esce fuori di testa del tutto.
Isteria nella serra.
Sapone se ne va, commette l’errore di credere che quei due tossici siano capaci di ripulire tutto. Ma adesso i due non sono nemmeno in grado di allacciarsi le scarpe, figuriamoci di nascondere la scena di un delitto.

Elisabetta si mette alla guida della Uno grigia di Mariangela e Andrea la segue con la macchina del padre di lei. A singhiozzi incerti, si dirigono verso la diga di Panperduto sul canale Villoresi.
Nelle loro intenzioni, vorrebbero buttare l’auto della vittima nelle acque del canale, insieme alla sua borsa. Sono però troppo fatti per concludere alcunché.
La Ballarin al volante vede luci e lampeggianti, non riesce a fare le curve, si spaventa per cose che vede solo lei. S’incastra in malo modo sul ponte della diga, tra due muretti. Ambo le portiere sono bloccate.
Paranoia, crisi di panico, claustrofobia; la strega dell’overdose sta per giungere al galoppo. L’altro, che certo meglio non sta, finisce la sua corsa sbilenca contro una balaustra.
Due macchine rotte in pochi metri, è la loro fine.
La civetta ride degli idioti dell’orrore.

Il canale Villoresi, ripreso a Parabiago
Il canale Villoresi, ripreso a Parabiago

Il servo di Mefistofele, caduto in disgrazia, abbandona la sua bella al suo destino, e a piedi vaga per sentieri e strade. Le tenebre muoiono e la luce dell’alba invernale illumina Golasecca.

Una vettura dei Carabinieri s’imbatte in un giovane uomo in stato confusionale. Ha gli occhi fuori dalle orbite.
Non si capisce cosa dice, sembra pazzo. Soccorrono la ragazza, riversa sul volante. Prima di cadere in overdose ha spaccato i finestrini a calci ferendosi e lasciando sangue sui cristalli rotti.
In ospedale, Elisabetta Ballarin, posseduta dal demone artificiale della droga pesante, farnetica di una ragazza morta. I carabinieri avvicinano l’orecchio.
Dalla sua bocca esce una confessione inconsapevole.
Gli investigatori vanno a visitare lo chalet nel bosco, il suo giardino chiazzato di neve vecchia, e la serra.
Dentro, dal pavimento di terra, affiora una mano e il volto del cadavere di Mariangela Pezzotta.

CAPITOLO VIII: VERITA’, GIUSTIZIA E GLI ULTIMI MISTERI

“«Il più bel trucco del Diavolo sta nel convincerci che non esiste»
Charles Baudelaire

Volpe confessa, dice tutto, è fiume in piena. Racconta anni di sbando allucinatorio e di febbri malvagie.
Fondamentale è il contributo del padre di Fabio Tollis, Michele, che appena apprende la notizia dell’omicidio Pezzotta a Golasecca, gli è tutto chiaro.
Da quando è scomparso suo figlio, in una notte di gennaio di sei anni prima, non si dà pace. Frequenta il Midnight, disperato, per cercare risposte. Fiata sul collo ai vecchi amici di Fabio e quando le manette stringono finalmente i polsi di Andrea Volpe, aiuta gli investigatori a far luce nell’oscurità. Vengono arrestati, tutti quanti. Alle confessioni di Andrea, dettate anche da sicuro calcolo processuale, seguono quelle di Guerrieri e Maccione.

Ognuno di loro dà una sua versione della scia di sangue. Ai processi addirittura la difesa invoca, patetica e disperata, un esorcista al fine di verificare quanto il Diavolo possa aver influenzato le azioni dei giovani. Non scomodiamo Padre Amorth armato di crocefisso. Ci mancherebbe ancora di sentire in un tribunale italiano una preghiera di esorcismo recitata in latino e vedere un prete aspergere di acqua santa il gabbione degli imputati.

Le pene sono pesanti e inevitabili. 130 anni di carcere alle Bestie, escludendo gli ergastoli per Sapone e per Leoni (che è condannato al fine pena mai anche senza esser stato l’esecutore materiale dei tre delitti, ma come ispiratore, mandante, leader della setta a detta dei giudici).
Ciascuno di loro intraprende il proprio percorso detentivo. Pagano e pagheranno tutto le Bestie di Satana: chi pentito, chi no, chi non ricorda, chi tentando un nuovo e difficile domani come Elisabetta Ballarin, non affiliata direttamente al branco, e che pare voglia lasciarsi alle spalle per sempre gli anni bui e tossici dello chalet di Golasecca.

Eppure rimangono ancora dei misteri inquietanti attorno a questa storia del terrore che la BBC definì all’epoca come il fatto di cronaca nera italiana più sconvolgente dal dopoguerra.
Ci sono strane scomparse e suicidi sospetti di ragazzi che hanno avuto contatti con la banda.

  • Christian Frigerio. Frequenta per un periodo la brutta compagnia. Ha 23 anni il 14 novembre 1996, quando si allontana da casa sua a Carugate.
    È sera, fa freddo e piove, ma Christian esce con la bicicletta e scompare nel buio.
  • Andrea Ballarin, 22 anni. Trovato impiccato nel maggio del 1999 ad un albero nei pressi delle scuole medie di Somma Lombardo.
    Volpe e Maccione accusano Sapone e Leoni dell’omicidio mascherato da suicidio, usando l’etere per stordire la vittima.
  • Angelo Lombardo, 28 anni, bruciato vivo nel cimitero di Legnano, dove era custode.
    Muore per le ustioni riportate dopo tre giorni di agonia.
  • Luca Colombo, amico di Angelo, 18 anni, impiccatosi nel giardino di casa sua.
    Conosceva bene Nicola Sapone.
    Trovano un suo biglietto: «Mi hanno trascinato…».
  • Alberto Scaramozzino di Dairago, 19 anni, morto suicida dandosi fuoco con la benzina nella sua auto.
  • Doriano Molla, 26 anni, trovato impiccato con il filo di un ferro da stiro in un bosco della provincia di Varese.

La madre, Flaviana Cassetta, che ha sempre creduto nel coinvolgimento delle Bestie di Satana nella morte del figlio, sceglie la stessa fine di Doriano, impiccandosi ad una finestra del bagno di casa sua.

Inoltre, rimangono interrogativi sulle dichiarazioni dei galeotti, su un fantomatico livello superiore a cui il branco era legato da vincoli di obbedienza, una misteriosa setta “X” di Torino. Ma anche sull’identità di un altro seguace e partecipante alle notti stregonesche, tale Alessandro, mai trovato e forse mai esistito.

L’EPILOGO DELLE BESTIE DI SATANA 

“«Per fortuna a quel punto ci hanno arrestati tutti. Perché ci saremmo ammazzati l’un l’altro, fino all’ultimo»
Mario Maccione, Bestia di Satana

Raramente, affondando a piene mani nel nero italiano, indagando storie torbide di malavita e follia, di avidità e cospirazione, sì è scoperchiato un tale orrore.
Il movente di altri omicidi e crimini è quasi rassicurante a confronto: terrorismo, potere, odio politico, banditismo e naturalmente il denaro, il re dei moventi. Nel caso delle Bestie di Satana, invece, tutte certe sicurezze si rovesciano e si fa fatica a capire perché.
Qua il sangue è stato versato per sadismo, per il solo piacere nel fare del male ad altri simili.
Non ci sono zoccoli caprini, forconi e principi delle tenebre, questa è una storia di uomini; il Diavolo è l’uomo, Satana siamo noi.

QUESTO RACCONTO FA PARTE DEL LIBRO ITALICA NOIR
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