Berlin Tempelhof: da fantasma nazista a esperimento urbano

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Lo storico britannico Eric Hobsbawm definì il Novecento come “il secolo breve”, imprigionandone convenzionalmente l’energia epocale entro due date simboliche (il 1914, scoppio della prima guerra mondiale e  il 1991, dissoluzione dell’Unione Sovietica e fine della guerra fredda) e cercando così di evidenziare  l’intensità, la frenesia, la caducità con cui la Storia si è consumata, abbattendosi come un uragano e mutando per sempre i contorni culturali e sociali della nostra contemporaneità.

Congedandoci dall’astratta implacabilità delle sentenze storiografiche, Berlino rappresenta il concreto storico  di tale “brevità”, il laboratorio, spesso suo malgrado, delle fascinazioni totalitarie, del manicheismo ideologico e infine di una fortunata sintesi tra sistema democratico e libertà sociali.

Calandosi ancora di più nella concretezza di una “brevità” architettonica, nella zona sud-ovest della città si dispiega il Tempelhofer Feld, area verde di 386 ettari che si estende tra i quartieri di Tempelhof (compreso nel distretto amministrativo Tempelhof-Schöneberg) e di Neukölln. Non si tratta di una superficie qualunque (benché figuri tra le più estese della città), poiché il Feld  (campo, in tedesco) corrisponde interamente all’area di un pezzo di storia di Berlino, il dismesso Zentralflughafen (aeroporto centrale).

Inaugurato nel 1923 su un precedente campo per le esercitazioni militari, l’aeroporto andò incontro a numerosi interventi di ampliamento e ristrutturazione, il più famoso dei quali, ad opera di Albert Speer ed Ernst Sabegiel e terminato nel 1941, lo rese il fiore all’occhiello del gigantismo architettonico nazista – la facciata ad arco sul lato nordorientale dell’aeroporto è ancora ammirable in tutta la sua monumentale imponenza.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale la storia di Berlino si intreccia ancora più strettamente con quella del suo aeroporto. Nei terribili mesi del blocco messo in atto dai sovietici (giugno 1948- maggio 1949) per tentare di portare definitivamente la città sotto la propria sfera d’influenza, migliaia di velivoli atterrarono a Tempelhof nell’ambito dell’imponente ponte aereo predisposto dalle potenze occidentali e consegnare alla popolazione provviste e generi di prima necessità. Da emblema architettonico dei deliri d’onnipotenza totalitari a tragico simbolo della guerra fredda, Tempelhof assolse alle sue funzioni di primo aeroporto nella città divisa fino al 2008 quando, complice il basso numero annuale di passeggeri e la crescente concorrenza degli altri due aeroporti della città – Tegel e Schönefeld – ne venne decretata la chiusura.

Oggi Tempelhof unisce in maniera mirabile il passato, il presente e il futuro di Berlino. Sulla sterminata superficie dell’ex aeroporto è stato ricavato un parco, il Tempelhofer Freiheit (“Libertà di Tempelhof), rapidamente diventato uno spazio per il tempo libero e un incredibile esempio di come sfruttare un’area dismessa a vantaggio della comunità. La ragguardevole estensione del parco si presta ad una vastissima gamma di attività ricreative, dal ciclismo al birdwatching, dal jogging sino all’aeromodellismo – con tanto di aree appositamente adibite alle grigliate e  alla coltivazione di orti personali. Numerosi sono anche gli eventi musicali e i festival tenuti lì durante l’anno. In altre parole, Tempelhofer Freiheit non è solo uno dei tanti “polmoni verdi” che costellano Berlino (il numero di parchi in questa città è pressoché infinito), ma il palese risultato dell’utilizzo trasparente e comunitario di un bene pubblico a vantaggio della collettività.

Il parco di Tempelhof, oggi Il parco di Tempelhof, oggi

 

Di recente, però, qualcuno ha espresso più di una perplessità sulla spavalda e fiera  “libertà” che il parco di Tempelhof incarna. Perplessità che ben presto ha assunto le fattezze di un progetto edilizio destinato a contrastare con forza la concezione di “spazio pubblico” che in questi anni si è legata indissolubilmente a Tempelhofer Freiheit. Il Senato di Berlino ha infatti presentato un piano che prevede la costruzione, nei prossimi anni, di ben 4.700 appartamenti sull’area del parco, di un bacino per la raccolta dell’acqua piovana e di una biblioteca statale. L’idea è quella di inglobare il parco in una “cittadella del futuro”, dotata di servizi e spazi  verdi, un diamante residenzial/urbanistico da incastonarsi nel cuore verde di Tempelhof.

La reazione popolare non si è fatta attendere. L’associazione 100 % Tempelhofer Feld (qui il suo sito internet, purtroppo disponibile solo in lingua tedesca) ha lanciato una campagna di raccolta firme per indire un referendum e permettere così alla cittadinanza di esprimersi direttamente sul destino del parco. Per molti dietro il progetto edilizio si cela l’ombra della cosiddetta “Gentrificazione” (dall’inglese Gentrification – in tedesco Gentrifizierung -, termine coniato di recente dalle scienze antropologico-sociali), ovvero quel fenomeno per cui, a seguito dell’acquisto di beni immobiliari da parte di una fascia di popolazione benestante in una comunità meno abbiente e del restauro delle zone interessate, si assiste all’afflusso di abitanti ad alto reddito e all’esplusione dei vecchi abitanti a basso reddito, i quali non possono più risiedervi. Il “ricambio” residenziale condurrebbe dunque ad un’omogeneizzazione del tessuto urbano e alla perdita dell’identità particolare di ciascun quartiere. A Berlino già alcune zone hanno sperimentato questo cambiamento, e c’è il timore che molte altre zone possano seguire a ruota.

In poco meno di un mese circa 233 mila firme sono state raccolte (ne erano necessarie 174 mila entro il 13 gennaio 2014) e, per il referendum popolare, è solo questione di stabilire una data – si pensa al 25 maggio 2014, in concomitanza con le elezioni europee. Tempelhofer Freiheit può quindi continuare ad esistere, Berlino può continuare ad essere una metropoli a misura d’uomo, sempre guardinga verso indiscriminate e arbitrarie progettazioni urbanistiche.

Di fronte ad un simile esito plebiscitario, parrebbe non esserci alcuna voce fuori dal coro. E invece gli interrogativi non mancano. Il progetto vorrebbe edificare 4.700 appartamenti alle estremità orientali, occidentali e meridionali del parco, una percentuale tuttosommato contenuta dell’intera superficie, senza peraltro intaccare la parte centrale, l’area “verde” vera e propria. Molti non vedono il piano come una menomazione di Tempelhofer Freiheit , bensì come un’opportunità unica per unire al già esistente spazio ricreativo un abitato moderno.

tempelhof progetto Il progetto di riqualificazione della zona di Tempelhof
(clicca per ingrandire)

 

E poi c’è il capitolo occupazione, che di questi tempi rimane un argomento sensibile anche nel paradiso germanico: il progetto edilizio garantirebbe oltre 7.000 nuovi posti di lavoro. Tuttavia lo snodo cruciale riguarda il problema degli appartamenti: da “paradiso degli affitti” qual era qualche anno fa, la progressiva penuria di case, di fronte alla crescente richiesta da parte di tedeschi e stranieri, sta facendo schizzare alle stelle i prezzi degli affitti – che rimangono ancora accessibili se paragonati a quelli di altre capitali europee.

A fronte di una simile situazione e soprattutto a fronte di alcune statistiche demografiche che prevedono entro il 2030 un aumento della popolazione di oltre 250 mila unità, la progettata “iniezione” di 4.700 appartamenti sembra una boccata d’ossigeno secondo un’ottica di lungo periodo.

Quale esigenza deve quindi prevalere? L’immagine di una metropoli libera da condizionamenti economici, che mette ciò che la storia le ha lasciato a disposizione dei propri cittadini? Oppure le risposte amministrative alla disoccupazione, allo scarseggiare degli appartamenti, al disagio dei quartieri devono per forza passare attraverso l’urbanizzazione controllata di zone verdi e dal significato altamente simbolico per la comunità? Qualcuno ha commentato il raggiungimento del quorum per il referendum dicendo che quanto accaduto “è un bene per la democrazia, ma un male per Berlino”.

Le necessità del mercato immobiliare e degli investimenti privati, devono imporre le loro condizioni anche ad un’isola felice come Berlino? Si aggira sempre di più il velato sospetto, e il timore, che progetti di questo genere  siano sempre più frequenti ed invasivi, e che finiranno per piegare al proprio volere il modello berlinese. Un modello che invita – diretto ad una estrema autodeterminazione nel rapportarsi con il collettivo – ad una indipendenza da ciò che viene presentato come “necessità inderogabile”. Un processo di elaborazione individuale di ciò che è patrimonio di tutti; di ciò che, per via del privilegio di essere stato palcoscenico di una “brevità” che è intensità e densità di storie e traiettoie, deve rimanerne il simbolo.

Gabriele Dalla Riva
@twitTagli

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