Avengers Endgame: non una recensione, ma una confessione

Avviso importante: nell’articolo sono presenti “lievi” spoiler per Avengers: Endgame. Non rivelo niente di colossale ma scendo in qualche piccolo dettaglio relativo alla trama, quindi consiglio di astenersi dalla lettura a chiunque non abbia ancora visto il film. Che a questo punto sarà circa lo 0,5% della popolazione mondiale.

Non scrivo recensioni da tanto tempo. Più o meno da gennaio, quando ho redatto la solita classifichina dei miei film e serie preferite dell’anno scorso.

Non scrivo una recensione completa, esaustiva, più o meno da quando è uscito lo scorso Avengers, Infinity War, in aprile 2018. Mi sono bevuto decine di film d’autore, film bruttissimi o bellissimi. Mi sono macinato serie come fossero arachidi sgusciati. Ma ho sempre trovato una scusa o l’altra per non scrivere neanche una riga e lasciare Tagli al suo destino di approfondimenti politici, commenti sull’attualità e in generale cose più serie di quelle di cui normalmente mi occupo io. Ma ora non posso più trattenermi, non ci sono più scuse. 

Non scrivo recensioni da tanto tempo, e nemmeno questa è una recensione.

Questa è una confessione.

La mia confessione comincia tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000. È più o meno il periodo in cui il sottoscritto ha cominciato ad interessarsi seriamente ai fumetti della Marvel, lasciandosi alle spalle materie apparentemente più infantili come Topolino, Paperinik (che poi PKNA era una bomba) o Asterix e Obelix. Ha scoperto i Fantastici 4, l’Uomo Ragno e l’incredibile Hulk ed è partito da lì fino ad arrivare a Daredevil e al Dottor Strange.
Negli anni, quel ragazzino si è macinato “eventi fumettistici” come Secret Wars o la saga della Fenice Nera, House of M, Civil War e Secret Invasion e potrei andare avanti ore a citare titoli fino a riacquistare retroattivamente la verginità.

Parallelamente, il cinema mi aveva proposto cose (all’epoca) esaltanti come gli Spider-Man di Sam Raimi e gli X-Men di Brian Singer, che avevo consumato con l’avidità e la consapevolezza di chi sa che non potrà mai crescere del tutto, perchè questa roba è materia essenziale, fondativa del suo bagaglio di ricordi, il suo “world building” personale.

Il mio ricordo più vivido della gioia del leggere un fumetto della Marvel risale all’imbattersi in una splash page: un paginone di due facciate che compongono un unico disegno gigante, dove spesso sono presenti una moltitudine di personaggi tutti insieme, i famosi “Vendicatori uniti” che escono dai loro albi individuali per partecipare collettivamente a un “evento” che li riunisce tutti. Con questa logica è nato l’universo cinematografico Marvel, e con questa logica si è arrivati al suo ultimo compimento, Avengers: Endgame.

Questa premessa ha come solo scopo quello di farvi capire cosa rappresenta per me Avengers Endgame: una lunga, gigantesca splash page animata che si materializza magicamente sullo schermo di un cinema per quasi 3 ore. Ognuno di noi ha un santo Graal personale che ritrova al cinema, in televisione, a teatro o nel mondo dell’intrattenimento in generale. Alcuni di noi ne hanno più di uno: mondi, sistemi linguistici e costruzioni mitologiche che trascendono lo spazio e il tempo, vanno oltre la logica e la razionalità ma si abbattono direttamente sulle pareti della nostra amigdala. Per qualcuno è Guerre Stellari. Per altri è Il Signore degli Anelli. Per altre anime dannate sono i manga giapponesi. Per me è la Marvel.

Ma non intendo solo i fumetti, proprio la Marvel in generale: quello che è stata e quello che è diventata, l’impero cinematografico che nell’ultimo decennio o poco più ha realizzato la visione autoriale e commerciale più ambiziosa della storia del cinema.

Pensare che negli ultimi tempi il mio entusiasmo si era leggermente raffreddato.

Non perchè fossi finalmente cresciuto (quello mai) ma perchè in fondo avevo cominciato a guardare alla Marvel per quello che in fondo realmente è: un gigantesco macchinone industriale con il pilota automatico avviato, in grado di sbancare botteghini, schiacciare la concorrenza e comunque mai distogliere lo sguardo da uno standard qualitativo soltanto “medio”, livellato verso il basso del grande pubblico mainstream: filmetti leggeri che fanno fine e non impegnano, fast food per gli occhi e per il cervello che va consumato con la leggerezza del più annacquato cocktail sul mercato. Diluito per piacere a tutti.

Poi però ho capito che l’entusiasmo non muore mai del tutto. Nemmeno quando guardi “oltre la matrice” e sei in grado di distinguere i codici a barre stampati sulle magliette a buon mercato. L’entusiasmo non muore mai perchè il cinismo non produce niente di buono nella vita, ma le emozioni sì. E io sono disposto a dimenticare il cinismo e pagare qualunque prezzo a chi è in grado di farmi provare qualcosa.

Si hanno due scelte, quando si affronta la visione di Avengers Endgame.

La prima scelta è entrare nei meccanismi del “cosa” e del “come” della storia, districare gli ostacoli narrativi e rendersi conto di avere di fronte un film che a larghi tratti non sta praticamente in piedi, si regge si premesse smentite e paradossi molto simili a buchi di sceneggiatura.

La seconda scelta è accettare queste premesse fragili e permettere al film di procedere senza metterlo in discussione, lasciando spazio alla volontà di farsi intrattenere e perfino emozionare.

Se si sceglie la seconda strada, Avengers Endgame è un’esperienza straordinaria, gratificante e gioiosa che mette in mostra tantissimo “calcolo” ma lo nasconde dietro un’anima precisa e ben definita, un cuore pulsante che raccoglie dietro un’unica bandiera i milioni di fan che si è costruito nel tempo.

Avengers Endgame non è un film autoconclusivo e non sta in piedi da solo, non è accessibile a tutti ma solo ai fan, perchè tanto ormai “tutti sono fan”. È la prova tangibile che la parola “mainstream” non è sempre un male, che la massa può essere coinvolta e guidata emotivamente dal momento che nelle grandi storie si parte sempre dall’individuo.

Avengers Endgame non è nemmeno un film, ma un fumetto con gli attori veri che rimpiazzano i disegni. È un confuso baraccone instabile che se la gioca tutta sul coinvolgimento provocato dalla graduale, ineluttabile fidelizzazione di un pubblico che ormai non sono solo più io a inizio anni 2000, ma è diventato sterminato: un pubblico che è cresciuto con questi personaggi e ora ha avuto una grande ricompensa per la sua lealtà. Forse il miglior “episodio finale” di una storia a puntate che io abbia mai visto, che si tratti di cinema o televisione.

È un film che ha dei problemi? Eccome. L’unico che mi interessa veramente riguarda la gestione dei suoi personaggi femminili, che vengono praticamente tutti messi in panchina o estromessi dalla storia principale con scelte discutibili e che nel 2019 non dovrebbero più verificarsi (vedi alla voce “fridging” del dizionario).

Gli altri suoi difetti riguardano sostanzialmente la coerenza interna dell’universo narrativo presente nel film, sconvolto e alterato da una storia che si fonda su paradossi spazio-temporali e misteri magico/fantascientifici. Sono difetti sacrosanti ed evidenti, che garantiranno a noi nerd più esigenti una coda lunga di dibattiti e cervellotiche analisi. Ma la morale della favola è “chissene”. Questo non è un film, è un fumetto in movimento. È la materializzazione di una splash page, ed è commovente anche nel suo fan service più bieco.

Al contrario, le note più meritevoli del film non riguardano la storia ma l’arco dei suoi personaggi, e in particolare il tracciato finale di questo arco. Ci sono scelte più telefonate ma estremamente coerenti, come il destino riservato a Tony Stark e Steve Rogers, e altre molto più coraggiose e spiazzanti: ad esempio la gestione di un personaggio come Thor e del suo interprete, Chris Hemsworth, l’autentico vincitore di questo franchise, ma anche il piccolo ma piacevole spazio dedicato a Mark Ruffalo e all’evoluzione del suo Hulk.

Avengers Endgame è il mantenimento, ormai neanche più di tanto sorprendente, di una promessa iniziata dai tempi di Iron Man nel 2008. È un’operazione industriale sontuosa, che non crolla mai sul peso del suo essere un “evento commerciale” ma si riscatta nell’affermarsi come “evento emotivo” per il suo pubblico di seguaci più o meno appassionati.

Se dovessi tornare indietro nel tempo, alle origini del mio culto verso la Marvel, finirei per sintetizzare il mio punto di vista con una piccola confessione. Sicuramente turberebbe l’equilibrio psicofisico del me stesso di inizio anni 2000. Gli confesserei questo:

Avengers Endgame è meglio del sesso.

È sesso con qualcuno che ami.

Davide Mela

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