About Festival, post digestione: 10 sfumature di #Sanremo2016

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Una settimana fa la competizione canora per eccellenza entrava nel vivo.
Dopo una prima serata trascorsa a discettare sui nastri appesi ai microfoni, sul Dopofestival di Savino e sulla prova vocale di Lorenzo Fragola, la gara entrava in quella fase in cui non ci sono più ***** per nessuno.
E, badate bene, una settimana fa a quest’ora dovevano ancora salire sul palco i Pooh.
A bocce ferme, anzi, fermissime, ad Ariston ormai bello che smontato, rivediamo insieme dieci motivi per cui anche quest’anno (già già) Sanremo ha vinto. O forse no.

1 – CARLO PIPPO BAUDO CONTI

Ancora una volta, ha vinto lui.
Può non piacervi, può avere un cachet eccessivamente alto, ma ha vinto lui.
Piace alle mamme, di cui è coetaneo. Piace agli anziani, cui parla amichevolmente. Piace ai figli, che dai, un papà così mica lo disdegnerebbero. “Ed è anche abbronzato”, come disse B. relativamente a qualcun altro un filo più importante.
Regge benissimo il palco, ha i tempi, ride quando deve, non ride quando non deve, ringrazia le forze dell’ordine quelle 18 mila volte a sera. È lui il vero erede di Big Pippo.
Promosso, vi piaccia o meno.

2 – VIRGINIA RAFFAELE

In assoluto, la vera dominatrice del Festivàl, con l’accento sulla a.
Non c’è molto da dire su di lei, se non che è stata semplicemente favolosa. In particolare, a parte Belèn che tutti ci aspettavamo, ha vinto a mani basse con una Carla Fracci da convulsioni.
Volevate sentir dire una parolaccia all’étoile in diretta? Fatto. Per dirne una.
Virginia Raffaele unisce bellezza fisica, intelligenza e bravura artistica. Difatti temiamo sia un cyborg.

3 – IL DOPOFESTIVAL DI NICOLA SAVINO

Bentornato, Dopofestival. Dopo alcuni anni la Rai ha rispolverato un prodotto che aveva messo in soffitta, perché troppo lungo, troppo tardi, troppo un sacco di cose.
Ebbene, sperimentata e rodata dalla domenica calcistica, la premiata ditta Savino-Gialappa’s Band tira fuori una trasmissione niente niente male, che scavalla il 40% di share con merito. E fa venire voglia di aspettare la fine della diretta dall’Ariston per guardarla.
I cantanti ci mettono del loro per stare al gioco, e così fa Gabriel Garko, che prende in giro sé stesso e la sua immagine, guadagnandosi il titolo di “Idolo” direttamente dai Gialappi. Se poi ci metti anche un Elio che suona David Bowie, beh allora vale tutto.

4 – GLI ASCOLTI

Dicono che la Finale, col suo bel 55% di share (e diciamo in media, mica i picchi) abbia stabilito l’ennesimo record.
Ora: a parte l’ultima edizione di Baudo (Quella del “Così il pubblico lo fottiamo…”, remember?) da anni si procede nella litania di definire “da record” ogni edizione.
Ma insomma, a stare a guardare il complesso non è che sabato sera ci fosse una controprogrammazione da poco. Che ovviamente non andava in onda su Mediaset, ma dallo Juventus Stadium.
Se tieni botta mentre c’è Juve-Napoli, la più bella sfida scudetto (sulla carta) del decennio, allora vuol dire che stai andando non bene, ma benissimo.

5 – LE CANZONI

Ehm. Qui i toni entusiastici, giocoforza, calano.
Dunque, proviamo a non essere tranchant. Viva gli Stadio, che hanno vissuto un Sanremo come parte della loro carriera. All’ombra di altri, magari anche meno bravi di loro, su cui tutti puntavano i riflettori. Poi alla serata Cover hanno sfoderato una versione davvero notevole di Lucio Dalla (e loro ne hanno diritto, essendone stati la band live) rilanciando le loro azioni. A tal punto da vincere.
Segno di qualità è anche il secondo posto di Francesca Michielin, vero talento nuovo della musica italiana. Non si spiegano, davvero non si spiegano, specie in presenza di giurie di qualità, le basse valutazioni destinate a Bluvertigo, Dolcenera e Elio e le Storie Tese.

6 – ELIO E LE STORIE TESE (APPUNTO)

Basta arrivare secondi (con tutta la teoria, mica tanto complottistica, secondo cui avevano vinto loro, con la Terra Dei Cachi anni fa).
Gli Elii decidono che non gliene frega nulla, e non tanto e non solo per i costumi (ci hanno ormai abituati alle loro performance camaleontiche, e chi li vede spesso dal vivo lo sa, ma lasciateci dire che la versione con il lifting è PAZZESCA), quanto per la scelta di una canzone volutamente nonsense. Una canzone di soli ritornelli, terminata con l’acuto che cita Massimo Ranieri.
Ragazzi, standing ovation e null’altro da dire.

7 – LA SERATA COVER

Comincia da più parti a serpeggiare l’idea secondo cui forse ma forse cominciamo a grattare il fondo del barile.
Fortunati quelli delle prime edizioni, che avevano a disposizione i Colossi della musica nazionale. Adesso bisogna fingere di essere alternativi e fare scelte diverse, non sempre premianti (su, dai, diteci che vi è piaciuto Ruggeri che cantava in napoletano. Dai).
Risultato: alcune buone cose (Stadio, come detto, ma anche la Michielin che onora davvero Battisti con grande leggiadria, e perché no, Clementino che canta “Don Raffaé”).
Ma niente, niente di niente e ancora niente che avvicini solo col binocolo la clamorosa “Se Telefonando” di Nek dello scorso anno. Che era roba da sradicare i televisori dal muro.

8 – GLI OSPITI

Quanto costano.
Quanto sono divi.
Quanto sono inutili.
Ebbene, non si può fare di tutta un’erba un fascio: non si può paragonare l’inutilità a livello massimo di Nicole Kidman che ci racconta la sua vita e il suo ammore per l’Italia alla performance di un favoloso Elton John.
Non si può.
Forse bisognerebbe tarare meglio alcune scelte e soprattutto, se dal vivo non sono capaci a cantare come si deve, non invitare pop star contemporanee a tutti i costi (e lasciamo stare i nomi, che sennò becchiamo querele). E attenzione, per pop star contemporanee non intendiamo Pausini, Eros ed Elisa, che sono stati quello che dovevano essere: perfetti. Potete dire quel che volete, ma hanno dominato: su tutti.

9 – I POOH

Armonizzazioni a 5 voci all’alba dei 70 anni: se pensate sia robetta, vi meritate il resto. E poi il ritorno del figliuol prodigo Riccardo Fogli.
E ancora: un Medley strappa… ma si, diciamolo, via, strappamutande.
E una voglia di fare bene che manco i ragazzini. Alla faccia della voce che ormai non è più quella di un tempo, alla faccia di un Facchinetti che canta “Uomini Soli” soffrendo come fosse Joe Cocker e cantando di gola, ma che per questo ci piace anche di più.
Potete metterla e girarla come volete: lato musicale, senza i Pooh sarebbe stata un’altra cosa. Immensi e immortali.

10 – IL CHIACCHIERICCIO SOCIAL

Ormai le varie strisce della Rai dall’Ariston al pomeriggio e i collegamenti (anche con Medicina 33!) hanno poco senso: il vero chiacchiericcio festivaliero è da anni sui social.
Twitter, soprattutto, ma anche Facebook.
Si identificano con chiarezza tre categorie di utente medio, con svariate sfumature:

  1. L’entusiasta (chi scrive) cui piace tutto, che mette Hashtag tipo #IoGuardoSanremo, che commenta quasi sempre con positività, anche l’esibizione di Rocco Hunt.
  2. L’esatto contrario, l’infastidito, quello che basta con ‘sto Sanremo, quello che io ascolto solo Peter Gabriel e i Depeche Mode, quello che poi è lo stesso che dichiara di non votare, di non pagare il Canone Rai, di non vedere la Tv generalista (ambè, manco io la guardo tranne che per Sanremo). Etc.
  3. Quello che lo guarda, ma lo fa solo perché deve fare battutacce aspre sul Festival e su chi lo guarda (dimenticando che è davanti alla tv pure lui).

Ecco, questa è la categoria più curiosa, quella agli adepti della quale si potrebbe suggerire, di cuore, una bella serata di onanismo, canterino e anche no.

Andrea Besenzoni

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