A & B: l’impossibile paragone tra Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi

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La singolare coincidenza che ha visto una sentenza d’appello (Berlusconi Silvio, 4 anni di reclusione per frode nella compravendita di diritti tv) giungere immediatamente dopo una sentenza inappellabile (Andreotti Giulio, di anni 94: ora va’, e insegna agli angeli a… va beh, lasciamo perdere) ha solleticato nell’arco di 24 ore due nervi ipersensibili dell’opinione pubblica, politica ma non solo.
Titillata a dovere, la parte becera della coscienza politica ha risposto da par suo, e cioè con quel giusto cocktail di esasperazione, tifoseria e supponenza che compone il metodo di giudizio – Kant mi perdoni – della cronaca.

Con totale mancanza di cautela, che sfocia dunque nella più assoluta stupidità, ho provato a mettere nel mio privato un qualche argine ai giudizi della massa, che per definizione sono quasi sempre sommari (e che per tradizione, basti vedere il dipanarsi della stragrande maggioranza delle rivoluzioni, dopo un solidificarsi di un sempre maggiore radicalismo sfociano nella ghigliottina – tanto tuonò, che piovve).
Non è utile al discorso il rilievo empirico di fronte a cui mi sono trovato, e cioè che basta distaccarsi dal martellamento di un giudizio univoco e negativo per venire etichettati come Riabilitatori Ufficiali (“Non stai convintamente condannando? Allora stai beatificando!”: chiunque si accorge del pressapochismo di questo ragionamento, eppure è stata una popolare linea di pensiero, in questi giorni).
Ma forse è utile mettere una linea di confine.

Andreotti e Berlusconi sono, a torto o a ragione, percepiti come i due grandi anticristo della politica italiana: tutti i mali partono da loro e tutte le sciagure in loro si compiono. Con un’accumulazione interessante (ma non sempre per entrambi verificata dall’unica verità terrena che è concessa in una logica laica di Stato di diritto: la verità giudiziale) è stata loro ascritta l’appartenenza massonica, mafiosa, plutocratica, complottista. Insomma, quam pessime.
Anche qui, si potrebbe divagare domandandosi se la creazione di una figura con tutti i canoni dell’anticristo non sia funzionale a una dinamica assolutoria di tutti gli altri attori sul proscenio: dal momento che lottavo contro il Male Assoluto, il mio fallimento nel portare alla causa l’elemento del Bene umano è non solo giustificabile, ma anche ampiamente prevedibile; non abbiatene a male e non siate troppo severi con le mie responsabilità.
Ma pure questo filone è stantio, e lo abbandono a quello che è: una provocazione.

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Dando quindi per scontata la verità di quanto si afferma (entrambi sono il Male, entrambi sono imbattibili), vorrei evidenziare il grosso delta tra le due figure, ree – abbiamo assodato – di un utilizzo spregiudicato dello Stato.
La differenza, però, è macroscopica: se Andreotti ha agito nello Stato, Berlusconi ha agito oltre lo Stato. Andreotti ha dispiegato il potere e la forza per un interesse di parte (se proprio non gli si vuol concedere la formula “nell’interesse del Paese” : altro “a priori”, ma soprassediamo).
Un agire dunque da statista, al di là dei giudizi di valore. Egli mirava a rafforzare la sua parte, e dunque la sua visione di bene comune.

Berlusconi non ha parte, ha sé stesso: la stessa composizione della sua dirigenza colloca il suo partito in un’area di pensiero a metà reazionario cattolico e a metà (economicamente) neosocialista, che nel sistema europeo viene considerata “di destra” solo per una sorta di ruffianeria nei confronti dell’elettorato cattolico.
Ma quando Berlusconi usa lo Stato lo usa per interessi non della sua parte – che non esiste – ma del suo personale.
Del patrimonio, insomma. Della sua intangibilità giudiziaria.
La modifica sistematica delle leggi a lui dannose è una novità introdotta dal ventennio berlusconiano – una dinamica sconosciuta anche alla più corrotta Democrazia Cristiana.

Questo rilievo deve avere valore: se si rimprovera ad Andreotti l’aver piegato al suo volere la macchina istituzionale – rimanendo, per inciso, sconfitto sul più bello: chiedere alla buonanima di Scalfaro per avere conferma – l’orizzonte su cui ci si muove è appunto la sacralità dell’istituzione; orizzonte che subisce una ulteriore diminutio quando si subordina il bene collettivo (e “una parte” resta comunque un “collettivo”) al bene individuale.
Se invece questa differenza non viene colta è perché l’orizzonte su cui ci si muove non è nemmeno più istituzionale; e dunque la critica che gli si muove non può nemmeno più essere considerata etica, ma solo estetica. E quando si entra nell’estetica si è nell’ambito del fideismo, e non più del ragionamento.

Umberto Mangiardi
@UMangiardi

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